Estate 2026, arriva El Niño Super? Aumentano le temperature e le probabilità di eventi estremi

Si è registrato solo tre volte nella storia moderna
10 Aprile 2026
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Quella che sta per arrivare potrebbe essere un’estate più torrida del solito. La National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) ha stimato una probabilità superiore al 62% che El Niño si sviluppi tra giugno e agosto 2026 e persista almeno fino alla fine dell’anno.

Alcuni modelli fisico-matematici si spingono oltre e registrano segnali (in particolare intense raffiche di vento occidentale nel Pacifico centrale) compatibili con qualcosa di più raro: “El Niño Super”, un evento che nella storia moderna si è verificato solo tre volte.

Oltre ad essere più calda, questa versione “rafforzata” del noto fenomeno atmosferico è un moltiplicatore di eventi estremi su scala planetaria, i cui effetti possono trascinarsi fino al 2027.

Cosa è El Niño e cosa lo rende “Super”

Con il termine “El Niño” ci riferisce alla fase calda dell’Enso (El Niño-Southern Oscillation), il principale ciclo di variabilità climatica interannuale del pianeta, che oscilla ogni 2-7 anni tra una fase calda (El Niño) e una fredda (La Niña). Il meccanismo si attiva quando i venti alisei equatoriali si indeboliscono: in questa fase le acque calde accumulate nel Pacifico occidentale migrano verso est, lungo le coste del Sud America, provocando un riscaldamento anomalo della superficie oceanica e un rilascio massiccio di calore nell’atmosfera globale.

Per essere classificato come El Niño, il fenomeno deve far registrare un’anomalia termica di almeno +0,5°C rispetto alla media nel Pacifico equatoriale centrale. Sopra +1,5°C si parla di evento “forte”; sopra +2°C si entra nel territorio del cosiddetto “El Niño Super”. Questa soglia è stata raggiunta solo tre volte nella storia strumentale moderna: nel 1982-83, nel 1997-98 e nel 2015-16. Per questo, alcuni ricercatori della Columbia University ritengono che sarebbe “sorprendente” assistere a un evento di questa intensità così poco tempo dopo quello, già moderatamente intenso, del ciclo 2023-2024.
Anche il Climate Prediction Center della Noaa mantiene toni cauti e stima che la probabilità di vedere un Niño Super sia del 17% tra agosto e ottobre, e del 33% nel trimestre ottobre-dicembre.

Perché le probabilità aumentano questa estate

Nelle settimane recenti i satelliti hanno rilevato ingenti quantità di calore negli strati sub-superficiali dell’oceano Pacifico,una sorta di serbatoio termico che, quando emerge, alimenta il riscaldamento superficiale. Se a questo si aggiunge l’atteso indebolimento dei venti alisei nei bassi strati dell’atmosfera, si crea la combinazione perfetta per l’Enso.

Giova sottolineare che il cambiamento climatico di origine generato dall’uomo non causa El Niño (il ciclo Enso è un fenomeno naturale con radici che precedono l’industrializzazione) ma ne altera il contesto in modo rilevante. Infatti, a causa dell’attività antropica, El Niño opera su oceani già surriscaldati.Il risultato è che ogni episodio, anche di intensità analoga a quelli passati, questo fenomeno produce anomalie termiche assolute maggiori e si abbina a un’atmosfera già satura di calore. Non a caso, quasi tutti gli anni più caldi mai registrati nella storia strumentale coincidono con episodi di El Niño: l’ultimo record globale di temperatura, nel 2023-2024, è stato raggiunto durante un El Niño di intensità moderata.

Quali sono i Paesi più a rischio

Gli effetti geografici di El Niño seguono schemi abbastanza consolidati. Il surplus di calore e di umidità si sposta verso le Americhe: le coste del Pacifico orientale (Perù, Ecuador, Colombia) e alcune aree degli Stati Uniti meridionali come la California e il bacino del Golfo del Messico sono esposte a precipitazioni intense, alluvioni e frane. Nel Sud America andino (ovvero sul lato delle Ande), dove El Niño del 1997-98 causò oltre 35.000 morti e danni per 45 miliardi di dollari, storicamente si registra il rischio idrogeologico più grave.

Sul fronte opposto, Australia, Indonesia e buona parte del Sud-est asiatico subiscono gli effetti della siccità. Qui i principali flussi perturbati si spostano, le piogge monsoniche si riducono drasticamente e il rischio di incendi boschivi aumenta in modo significativo.

L’Africa subsahariana orientale tende invece a ricevere piogge in eccesso, mentre in Africa meridionale El Niño aumenta la siccità.

In generale, El Niño (e ancora di più la sua ipotetica versione “Super”) aumenta il rischio di eventi climatici estremi.

Cosa può succedere in Italia e sul Mediterraneo

Il legame tra El Niño e il clima europeo è indiretto, mediato dalla distanza e dall’Oceano Atlantico, ma non trascurabile. Un Pacifico eccezionalmente caldo, infatti, altera la circolazione atmosferica su larga scala, favorendo l’espansione verso nord dell’anticiclone subtropicale africano, che negli ultimi anni ha già mostrato una capacità crescente di spingersi fin sulle Alpi. Per l’Italia, questo si traduce in ondate di calore più frequenti e persistenti.

Se El Niño si consolidasse, l’estate 2026 italiana sarebbe spaccata in due: al Sud e sulle isole, periodi di caldo secco prolungato con aumento del rischio siccità e incendi; al Nord, contrasti termici accentuati con episodi temporaleschi intensi, grandinate e fenomeni violenti.

Il Mediterraneo — già classificato come uno dei bacini più vulnerabili alla crisi climatica — potrebbe sperimentare un ulteriore calo delle riserve idriche e un aumento del disagio bioclimatico nelle aree urbane. Le città sarebbero esposte a notti tropicali più frequenti, con temperature minime che non scendono sotto i 20°C per settimane consecutive. Non è uno scenario inedito. È la direzione in cui il clima italiano si sta già muovendo da anni, con o senza El Niño.

Per approfondire: Roma, Napoli, Milano e Genova tra le dieci città europee con più morti per il caldo estremo

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