Legge sulla montagna, 3.715 Comuni e 98 milioni di bonus per i territori fragili

La legge 131/2025 ridefinisce i Comuni montani e demanda a un decreto la selezione dei centri che potranno accedere ai tax credit e agli esoneri contributivi
17 Febbraio 2026
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Villetta barrea canva
Villetta Barrea (L’Aquila), borgo del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, tra i centri montani interessati dalla nuova classificazione prevista dalla legge 131/2025

La montagna è tornata in agenda a colpi di allegati. Non per una nuova strategia industriale o per un piano infrastrutturale, ma per una lista: 3.715 Comuni. Un numero che ridisegna, dopo decenni di stratificazioni, chi rientra nella definizione amministrativa di “montano” e, soprattutto, chi potrà stare dentro la corsia preferenziale dei bonus della legge 131/2025. L’elenco è già materia di pressione politica perché sposta confini, risorse e aspettative: entrare o uscire dalla classificazione significa incidere su fiscalità di vantaggio, servizi e priorità nei riparti.

La cornice normativa c’è: la legge 12 settembre 2025 n. 131 è in vigore dal 20 settembre 2025 e lega una parte delle misure a provvedimenti attuativi puntuali. Il punto operativo, però, è doppio: da un lato la mappa dei Comuni montani, aggiornata con criteri geomorfologici concordati in Conferenza Unificata; dall’altro la “lista ristretta” dei centri più fragili, che dovrà selezionare, dentro quei 3.715, i destinatari effettivi di crediti d’imposta ed esoneri contributivi per un totale di 98,5 milioni annui.

La montagna come categoria amministrativa

L’aggiornamento dei criteri non ha solo valore simbolico. La qualifica di Comune montano è un presupposto tecnico che orienta riparti finanziari, priorità di investimento e strumenti di sostegno. I 3.715 enti inclusi si estendono su oltre 151mila chilometri quadrati, pari al 51% del territorio nazionale, e ospitano circa 11,9 milioni di residenti, il 20% della popolazione italiana. La montagna amministrativa coincide quindi con una porzione maggioritaria dello spazio fisico del Paese, ma con una densità demografica contenuta e distribuita in migliaia di centri di piccole dimensioni.

Gli indicatori strutturali delineano un contesto differenziato. Nei Comuni montani il 23% della superficie è coperto da aree protette, contro una media del 9% negli altri territori; il 13,5% è classificato a rischio frana, a fronte del 4,6% altrove. Il tempo medio per raggiungere servizi essenziali – scuole superiori, ospedali, nodi di trasporto – supera i 39 minuti, mentre nel resto d’Italia si attesta attorno ai 24. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni scende al 64%, tre punti sotto la media nazionale.

Questo quadro non è omogeneo. Accanto a territori con deficit infrastrutturali marcati, convivono aree turistiche o integrate con poli urbani che presentano indicatori economici e sociali più solidi. La revisione dei criteri altimetrici e di pendenza ha prodotto effetti territoriali differenziati: in alcune Regioni si registra un aumento dei Comuni classificati come montani, in altre una contrazione. La mappa che ne deriva (3.715 Comuni, 347 in meno rispetto ai 4.062 precedentemente classificati come totalmente o parzialmente montani.) riorienta la programmazione regionale e le aspettative locali sui fondi dedicati.

La mappa dei 3.715 Comuni

Dall’elenco pubblicato dall’Uncem emerge una concentrazione marcata in poche Regioni. Piemonte (558 Comuni) e Lombardia (539) da sole rappresentano quasi un terzo dell’intera platea nazionale. Seguono Campania (291) e Calabria (256), mentre superano quota 200 anche Sicilia (218), Lazio (212) e Abruzzo (200). In queste sette realtà si addensa una parte significativa della nuova montagna amministrativa.

La fascia successiva comprende la Provincia autonoma di Trento (166), Liguria (142), Veneto (133) e Sardegna (132); quindi Provincia autonoma di Bolzano (116), Molise (114), Toscana (113), Basilicata (108) ed Emilia-Romagna (99). Più contenuti i numeri di Marche (78), Friuli-Venezia Giulia (76), Valle d’Aosta (74), Umbria (57) e Puglia (33). La mappa regionale rende immediatamente visibile dove si concentra la massa critica dei Comuni montani su cui si innesterà la futura selezione dei territori più fragili.

La variabile demografica nella costruzione della “lista ristretta”

Il dato complessivo della popolazione nei Comuni montani tra il 2019 e settembre 2025 segna un calo del 2,8%, superiore alla media nazionale (-1,5%). Il saldo naturale negativo – poche nascite e invecchiamento – pesa più che altrove. Tuttavia, il movimento migratorio racconta una dinamica meno uniforme.

Nello stesso periodo si registrano 2,425 milioni di iscrizioni anagrafiche contro 2,207 milioni di cancellazioni, con un saldo positivo di 218mila residenti. In 2.349 Comuni montani, pari al 63% del totale, il bilancio tra ingressi e uscite è positivo. In termini relativi, alcuni centri dell’Appennino emiliano-romagnolo e dell’area bolognese mostrano incrementi consistenti rispetto alla popolazione residente; in valore assoluto, le province di Trento e Torino concentrano le crescite più rilevanti.

All’opposto, diverse aree dell’Appennino meridionale e della Calabria evidenziano perdite consistenti, sia in termini percentuali sia assoluti. Questa divergenza incide direttamente sulla futura selezione dei Comuni “più fragili”: il legislatore dovrà decidere se privilegiare territori già in difficoltà demografica o sostenere quelli che dimostrano capacità di attrazione ma necessitano di consolidamento.

I cinque tax credit e l’esonero contributivo

La legge 131/2025 struttura l’intervento su sei leve: cinque crediti d’imposta e un esonero contributivo per le imprese che promuovono il lavoro agile. La dote complessiva è di 98,5 milioni di euro annui. Le misure hanno regole puntuali e, in molti casi, subordinano l’effettiva operatività a decreti ministeriali attuativi.

Per gli under 41 che stipulano un mutuo per acquistare o ristrutturare l’abitazione principale in un Comune montano è previsto un credito d’imposta parametrato agli interessi passivi, valido per cinque periodi d’imposta. Sono ammesse anche case rurali, escluse le categorie catastali di pregio. Il plafond annuo è di 16 milioni di euro: una cifra che, ipotizzando mille euro medi di interessi annui agevolabili, potrebbe coprire circa 16mila immobili. In caso di richieste superiori alle risorse, l’importo dovrà essere rimodulato con decreto.

Per le piccole e microimprese avviate dal 20 settembre 2025 in un Comune montano da imprenditori under 41 è previsto un credito d’imposta utilizzabile in compensazione per i primi tre periodi d’imposta. Il beneficio equivale alla differenza tra l’imposta ordinaria e quella calcolata con aliquota del 15% su redditi fino a 100mila euro, soglia elevata a 150mila nei Comuni sotto i 5mila abitanti con almeno il 15% di residenti appartenenti a minoranze linguistiche. La dotazione è di 20 milioni annui.

Altri due tax credit riguardano il personale sanitario e scolastico che prende in affitto o acquista casa con mutuo nel Comune montano in cui presta servizio. Il credito è pari al minor importo tra il 60% del canone o della quota annua di mutuo e 2.500 euro, con maggiorazioni nei piccoli Comuni con minoranze linguistiche. Anche qui il plafond è di 20 milioni per ciascun ambito. Per agricoltori e silvicoltori è previsto un credito del 10% sugli investimenti legati a servizi ecosistemici e manutenzione del territorio, con una dote di 4 milioni annui dal 2025 al 2027, elevata al 20% nei piccoli Comuni con minoranze linguistiche.

200 milioni annui e un riordino entro il 2026

La copertura finanziaria si inserisce nel quadro del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, che dispone di 200 milioni di euro annui. Di questi, 95 milioni sono ripartiti tra le Regioni, mentre la quota restante contribuisce alla copertura nazionale degli incentivi fiscali. Le Regioni mantengono margini di intervento, potendo destinare le proprie risorse anche a territori non inclusi nell’elenco nazionale, secondo le modalità concordate.

La legge delega, inoltre, il Governo a riordinare entro il 20 settembre 2026 le altre agevolazioni esistenti per la montagna. Si tratta di armonizzare strumenti stratificati nel tempo, evitando sovrapposizioni e incertezze applicative. L’esenzione Imu per i terreni agricoli resta invece disciplinata dalle norme vigenti e non viene modificata dal nuovo impianto.

La fase decisiva sarà quella dei decreti attuativi: dovranno definire criteri di selezione, modalità di accesso, eventuali riduzioni proporzionali in caso di richieste superiori ai fondi disponibili e sistemi di controllo. In assenza di questi passaggi, le misure restano potenziali. Con essi, si tradurranno in scelte redistributive concrete tra territori con caratteristiche e traiettorie molto diverse.

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