Scoperto inquinamento da microplastiche nelle grotte inviolate del Carso

Gli studi dell’Università di Trieste, in collaborazione con la Società Adriatica di Speleologia e il Bioscience Research Center
18 Febbraio 2026
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Rilievi di microplastiche nel Carso triestino - Foto di Gedei/Bruschi dell'Università degli Studi di Trieste

Sotto il suolo del Carso triestino, a trecento metri di profondità, esiste un mondo che fino a ieri credevamo protetto da una barriera insormontabile di roccia e fango. Una serie di studi pionieristici, condotti dall’Università di Trieste, ha però infranto questa illusione: le microplastiche sono arrivate anche laddove l’uomo non aveva mai messo piede.

Questa scoperta non è solo un dato accademico, ma un campanello d’allarme per la salute delle nostre riserve idriche sotterranee, da cui dipende il 30% della popolazione europea.

Il mistero del fiume invisibile

La ricerca, guidata dai ricercatori dell’Università di Trieste Raffaele Bruschi e Manuela Piccardo, si è concentrata sul sistema idrico del fiume Timavo. Questo corso d’acqua “misterioso” nasce in Croazia, si inabissa in Slovenia e scorre per 34 chilometri nel buio delle viscere della terra prima di riemergere vicino a Trieste. Per capire come si muove l’inquinamento, gli scienziati hanno confrontato tre siti unici:

1. Abisso di Trebiciano: una grotta storica, frequentata dal 1841 e oggi attrezzata per visite scientifiche.

2. Grotta Luftloch: scoperta solo nel 2024 dopo vent’anni di scavi, un ambiente quasi vergine.

3. Caverna Maucci: uno dei luoghi più remoti del Carso, raggiungibile solo da esperti speleosub dopo un’immersione di oltre 200 metri in passaggi completamente allagati.

Il risultato è stato sorprendente: nonostante i diversi livelli di frequentazione umana, la quantità di plastica trovata nei sedimenti (le sabbie del fiume) è simile in tutte e tre le grotte, con una media di circa 94 particelle per chilogrammo.

Identikit del nemico microscopico

Ma cosa intendiamo quando parliamo di microplastiche? Si tratta di frammenti di dimensioni comprese tra 1 micrometro e 5 millimetri. Per identificarle con certezza, i ricercatori hanno usato la spettroscopia µFT-IR, una tecnica che potremmo definire come il rilascio di una “impronta digitale” ottica delle molecole: colpendo la particella con luce infrarossa, se ne riconosce l’esatta composizione chimica. Dalle analisi è emerso che il cuore del Carso ospita tre grandi colpevoli:

Polipropilene, usato per tappi e contenitori alimentari.

Polietilene, il materiale dei sacchetti e delle pellicole.

Pet, la plastica delle bottiglie e di molte fibre tessili.

Oltre ai frammenti, il 50-60% del materiale inquinante è composto da microfibre, probabilmente rilasciate dai lavaggi dei nostri capi sintetici e trasportate dagli scarichi urbani nei fiumi.

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Campioni di sedimenti del Carso per rilevamento microplastiche – Foto da Università degli studi di Trieste

La dinamica delle piene: come la plastica “scala” le grotte

Uno degli aspetti più affascinanti e inquietanti dello studio riguarda il modo in cui queste particelle si distribuiscono. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la concentrazione di plastica non è maggiore vicino all’acqua, ma nelle zone più alte e lontane dal letto del fiume (le cosiddette “panchine” o terrazzi di sedimenti).

Il fenomeno è spiegato da un processo idrologico chiamato “slackwater retention”. Durante le grandi piene, il livello dell’acqua nel Carso può alzarsi anche di 100 metri. Quando l’acqua raggiunge il picco, si ferma quasi del tutto (fase di slackwater), permettendo alle microplastiche di depositarsi sulle pareti più alte. Mentre le zone basse vengono continuamente “pulite” dallo scorrimento quotidiano del fiume, le zone alte agiscono come trappole permanenti, accumulando residui per decenni.

Le grotte carsiche non sono solo paradisi per speleologi, ma veri e propri “laboratori naturali” che ospitano specie uniche e fragili, come il proteo. La presenza di microplastiche è un rischio doppio: queste particelle possono essere tossiche di per sé o agire come “cavalli di Troia”, trasportando metalli pesanti, antibiotici e pesticidi all’interno degli organismi.

Inoltre, lo studio metodologico di Manuela Piccardo ha dimostrato che l’inquinamento è estremamente eterogeneo: la concentrazione può variare drasticamente anche a pochi centimetri di distanza. Questo significa che, per monitorare correttamente la salute delle nostre acque sotterranee, non bastano prelievi casuali, ma servono piani di campionamento rigorosi e costanti.

Un’eredità per il futuro

Questa ricerca, realizzata grazie alla collaborazione tra l’Ateneo triestino, la Società Adriatica di Speleologia e il Bioscience Research Center, ci ricorda che non esistono confini per l’inquinamento. Anche ciò che scompare sottoterra torna a noi attraverso il ciclo dell’acqua.

Lo studio è stato dedicato alla memoria di Patrice Cabanel, lo speleosub che ha permesso il campionamento della Caverna Maucci, scomparendo tragicamente poco dopo aver aiutato la scienza a gettare luce su questo abisso invisibile. Il suo contributo ci lascia una lezione chiara: la protezione dell’ambiente superficiale è l’unica via per salvare l’ultimo mondo inesplorato che abbiamo sotto i piedi.

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