Giorni della merla, i più freddi dell’anno? Non più

Fine gennaio non coincide più con il picco del freddo: gelate in calo, più instabilità e nuove anomalie climatiche sull’Italia
28 Gennaio 2026
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Merla Neve

Gli ultimi tre giorni di gennaio non sono più soltanto una ricorrenza del calendario popolare. I giorni della merla (29, 30 e 31 gennaio), tradizionalmente associati al culmine del freddo invernale, oggi intercettano una trasformazione più ampia: la difficoltà crescente di definire cosa sia, davvero, l’inverno italiano. Non per assenza di eventi intensi, ma per la perdita di continuità, durata e riconoscibilità delle sue caratteristiche storiche.

La questione non riguarda il folklore né la sua persistenza. Riguarda la distanza sempre più evidente tra il quadro climatico su cui quelle tradizioni si sono formate e le condizioni osservate negli ultimi decenni. A fine gennaio, ciò che emerge con maggiore frequenza non è il gelo diffuso, ma una combinazione di temperature sopra media, precipitazioni concentrate e fasi instabili che ridisegnano l’idea stessa di stagione fredda.

Cosa resta del gelo di gennaio

Nella climatologia classica italiana, l’ultima decade di gennaio coincideva con una fase di raffreddamento progressivo, sostenuto da campi anticiclonici continentali e da un irraggiamento notturno favorevole alle minime più basse dell’anno. Questo assetto garantiva un numero elevato di notti con temperature sottozero, soprattutto nelle pianure interne e nelle conche appenniniche. Da qui nasce l’idea dei giorni della merla come culmine dell’inverno.

Le serie storiche più recenti mostrano un cambiamento strutturale. Secondo le elaborazioni dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, il numero medio annuo di giorni con temperatura minima inferiore a 0°C è in diminuzione costante su gran parte del territorio nazionale. Il calo non è uniforme, ma interessa in modo marcato le aree urbane, le pianure costiere e il Centro-Sud, dove le gelate sono diventate episodiche.

Nel 2023 il numero di giorni con gelo è risultato significativamente inferiore alla media climatologica 1991-2021, collocandosi tra i valori più bassi dall’inizio delle rilevazioni sistematiche. Questo dato non segnala l’assenza del freddo, ma la sua frammentazione: episodi brevi, spesso legati a irruzioni artiche rapide, seguiti da risalite termiche altrettanto veloci. La persistenza, elemento chiave dell’inverno tradizionale, viene meno.

A fine gennaio, inoltre, l’aumento della temperatura media dell’aria si accompagna a una maggiore disponibilità di vapore acqueo. Il risultato è un incremento della probabilità di precipitazioni intense, spesso sotto forma di pioggia anche in periodi in cui, fino a pochi decenni fa, la neve rappresentava una componente stabile alle basse quote del Nord e delle aree appenniniche. I giorni della merla diventano così un punto di osservazione privilegiato non per il minimo termico, ma per l’interazione tra anomalie di temperatura e dinamiche atmosferiche più energetiche.

Gli effetti di un inverno irregolare

La riduzione e l’irregolarità del freddo invernale hanno conseguenze che vanno oltre il dato termico. Sul territorio, la perdita di gelate prolungate modifica il comportamento dei suoli, la stabilità idrogeologica e la gestione delle risorse idriche. La neve, sempre più confinata alle quote elevate e meno persistente nel tempo, riduce la funzione di accumulo stagionale che alimenta fiumi e falde nei mesi successivi.

In agricoltura, l’assenza di un inverno definito altera i cicli fisiologici delle colture. Molte specie arboree necessitano di un periodo di freddo continuo per completare correttamente la fase di riposo vegetativo. Inverni miti e interrotti aumentano il rischio di fioriture anticipate, esponendo le piante a danni qualora si verifichino ritorni di freddo tardivi. Parallelamente, la sopravvivenza invernale di insetti e patogeni fitosanitari diventa più probabile, con effetti diretti sui trattamenti e sui costi di produzione.

Anche gli ecosistemi naturali risentono di questa trasformazione. La diminuzione delle gelate favorisce specie opportuniste e invasive, mentre mette in difficoltà quelle adattate a un regime termico più rigido. Nei contesti montani, la contrazione del manto nevoso incide sugli equilibri faunistici e sulla disponibilità di acqua durante la stagione calda.

Sul piano sanitario, l’inverno irregolare presenta criticità specifiche. Le oscillazioni rapide di temperatura, più che il freddo persistente, rappresentano un fattore di stress per l’organismo, in particolare per anziani e soggetti con patologie cardiovascolari o respiratorie. Inoltre, la stagionalità delle infezioni si modifica: la circolazione dei virus respiratori tende a prolungarsi, mentre le ondate influenzali possono sovrapporsi a fasi meteorologiche anomale.

In questo contesto si inseriscono le indicazioni alimentari legate ai periodi di abbassamento termico. “L’alimentazione in questi giorni in cui il termometro scenderà deve prevedere i brodi caldi”, spiega all’Adnkronos Salute il nutrizionista e fitoterapeuta Ciro Vestita. “Quando le nostre nonne cucinavano il brodo di pollo in inverno non era solo una minestra calda, ma una zuppa fatta con il pollo, ricchissima di antibiotici naturali”. Vestita suggerisce anche il consumo di verdure di stagione, tisane a base di zenzero o malva e zuppe di cavolo nero, fino a una bevanda di latte, miele e peperoncino per sfruttare l’azione della capsaicina. Indicazioni che riflettono un adattamento a fasi fredde episodiche, più che a un inverno uniforme.

I giorni della merla come cartina climatica

Negli ultimi anni, le configurazioni atmosferiche che interessano l’Italia a fine gennaio mostrano una tendenza ricorrente: flussi umidi atlantici o mediterranei che favoriscono precipitazioni abbondanti, spesso accompagnate da temperature superiori alle medie storiche. La neve, quando presente, interessa soprattutto i rilievi, mentre alle basse quote prevale la pioggia, anche in regioni dove un tempo il freddo garantiva condizioni diverse.

Questo assetto sposta l’attenzione dai valori minimi assoluti alla gestione degli eventi intensi. I giorni della merla diventano un periodo critico per il rischio idrogeologico, per la tenuta delle infrastrutture e per la pianificazione dei servizi di emergenza. Piogge concentrate in poche ore, nevicate pesanti in montagna seguite da rialzi termici rapidi, vento forte: elementi che richiedono una lettura integrata tra meteorologia e protezione civile.

La perdita di un inverno “stabile” rende più complessa anche la comunicazione del rischio. Le aspettative legate al calendario non coincidono più con la probabilità reale degli eventi. Il freddo può arrivare fuori stagione, mentre a fine gennaio possono verificarsi condizioni tipicamente autunnali. In questo senso, i giorni della merla non segnalano più un apice stagionale, ma un passaggio chiave per osservare come il cambiamento climatico stia ridefinendo le dinamiche atmosferiche sul Mediterraneo.

La loro rilevanza, oggi, non sta nella conferma della tradizione, ma nella capacità di mostrare in modo concentrato gli effetti di un clima che perde linearità. Un inverno che non scompare, ma si accorcia, si frammenta e si carica di instabilità, imponendo a sistemi produttivi, sanitari e territoriali un adattamento continuo, basato su dati osservativi e non su riferimenti consolidati dal passato.

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