Dopo più di mezzo secolo, un’importante decisione ha scosso le terre selvagge della Patagonia argentina: la provincia di Neuquén ha finalmente vietato la caccia sportiva al puma. Un passo storico che potrebbe segnare l’inizio di un cambiamento epocale nella gestione della fauna selvatica in Argentina. Il puma, uno dei simboli della fauna sudamericana, non sarà più preda di cacciatori sportivi, ma questa decisione solleva anche numerosi interrogativi sull’efficacia di tali politiche e sulle sfide che restano da affrontare per proteggere veramente la biodiversità.
La caccia al puma, un’attività che ha visto la provincia di Neuquén ospitare cacciatori da tutto il mondo per decenni, era stata regolamentata da una normativa che consentiva l’abbattimento di alcuni esemplari adulti di puma per “motivi di controllo delle specie”. Tuttavia, questa pratica ha sollevato preoccupazioni tra ambientalisti e scienziati, che hanno sottolineato i rischi per l’equilibrio ecologico e per una specie che gioca un ruolo fondamentale nella regolazione degli ecosistemi locali.
Il provvedimento, che ha visto la cancellazione di articoli chiave delle normative precedenti, rappresenta una vittoria per le organizzazioni ambientaliste, che avevano lottato a lungo per fermare la caccia sportiva a questo predatore. Ma non sono mancate le polemiche: i sostenitori della caccia controllata, infatti, sostengono che questa misura non risolva i conflitti tra i puma e le attività agricole, come l’allevamento di bestiame, e potrebbe addirittura avere effetti negativi sull’equilibrio della fauna locale.
Neuquén e la svolta storica
La decisione di Neuquén di vietare la caccia sportiva al puma è il risultato di un lungo percorso, che ha visto crescere la pressione da parte di associazioni ambientaliste, scienziati e cittadini preoccupati per la sostenibilità delle pratiche di gestione della fauna. La caccia al puma era stata introdotta più di 50 anni fa come parte di un programma di “controllo delle specie” che mirava a ridurre il numero di predatori, accusati di minacciare la sopravvivenza del bestiame. Tuttavia, la natura complessa di questo problema ha sempre suscitato dubbi sull’efficacia di tale strategia.
Il puma, come altri grandi predatori, svolge un ruolo vitale nell’ecosistema, regolando le popolazioni di altre specie e contribuendo al mantenimento dell’equilibrio naturale. La sua eliminazione sistematica, seppur giustificata da motivazioni economiche, rischia di compromettere la struttura stessa degli ecosistemi. La sua caccia, quindi, non è solo una questione etica, ma anche ecologica, in quanto la perdita di predatori apicali può avere ripercussioni devastanti per la biodiversità a lungo termine.
Nel 2023, la pressione per fermare la caccia sportiva al puma ha raggiunto un punto culminante. Le organizzazioni come Pumakawa, che gestisce una riserva naturale in Córdoba e si occupa del recupero di puma feriti o confiscati dai cacciatori, hanno lanciato una serie di campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica. Il risultato di queste battaglie è stato il recente cambiamento nelle politiche della provincia di Neuquén, che ha visto il governo locale prendere atto dei rischi legati alla pratica della caccia sportiva e decidere di mettere fine a una tradizione che perdurava da oltre 50 anni.
Caccia sportiva vs. conservazione
La decisione di Neuquén ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, i sostenitori della caccia controllata e della gestione delle popolazioni faunistiche temono che il divieto possa scatenare effetti collaterali negativi, come un aumento incontrollato della popolazione di puma, con conseguente impatto sul bestiame e sugli agricoltori locali. Da tempo, infatti, i cacciatori e i produttori agricoli sostengono che la presenza del puma minacci le loro risorse, in particolare quando gli animali si avvicinano ai greggi e causano danni economici significativi.
Dall’altro lato, le organizzazioni ambientaliste hanno accolto con favore la decisione, ritenendo che il divieto della caccia sportiva al puma sia un passo cruciale per la conservazione della biodiversità. Secondo queste voci, la vera causa dei conflitti tra puma e allevatori non risiede nel numero di puma presenti, ma nelle modalità di gestione del territorio e nella mancanza di alternative sostenibili per proteggere il bestiame. Le soluzioni proposte da queste associazioni vanno dalla creazione di zone di protezione più estese alla promozione di tecnologie non letali per il controllo dei predatori, come i sistemi di dissuasione acustica o i recinti protetti.
Il divieto della caccia al puma segna un punto di svolta nella gestione della fauna in Argentina, ma solleva anche domande fondamentali sul futuro del rapporto tra uomo e natura. Come conciliare la necessità di proteggere le attività agricole con quella di preservare la fauna selvaggia? È possibile trovare un equilibrio che soddisfi sia le esigenze ecologiche sia quelle economiche? La risposta a queste domande non è semplice, e l’esperienza di Neuquén potrebbe fungere da laboratorio per altre regioni, che stanno riflettendo sulla possibilità di rivedere le loro politiche sulla caccia.