Ddl Cammini è legge: quali sono e come funzionano i sentieri italiani

Dalla Francigena al Sentiero Italia, dai tratturi alle miniere dismesse: dentro la rete degli oltre 100 cammini italiani
11 Febbraio 2026
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Cartelli lungo la via Francigena
Cartelli lungo la Via Francigena a Roma (Ipa/Fotogramma)

L’Italia ha scelto di mettere ordine nei propri sentieri. Con 135 voti favorevoli e un solo contrario, l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge sui Cammini d’Italia. Il provvedimento, già licenziato dalla Camera, è ora legge.

Il voto quasi unanime chiude una stagione di interventi frammentati e apre una fase diversa: quella della regolazione. I cammini – religiosi, naturalistici, fluviali, lagunari, costieri – entrano in un perimetro normativo nazionale, con strumenti di governance e risorse dedicate.

In Italia sono attivi oltre cento cammini, tra grandi direttrici di migliaia di chilometri e percorsi ad anello di pochi giorni. Una parte consistente – circa 80-90 itinerari – risulta censita negli elenchi istituzionali nazionali, tra Atlante dei Cammini e Catalogo dei cammini religiosi del Ministero del Turismo. Il resto è composto da iniziative locali nate negli ultimi anni, con modelli organizzativi e standard differenti. Il settore del turismo lento ha registrato negli ultimi anni una crescita costante di presenze, con effetti diretti su accoglienza diffusa e microimprese locali.

La portata del passaggio è istituzionale, ma il cuore resta nei territori. Perché i cammini italiani non sono un’unica infrastruttura lineare. Sono itinerari lunghissimi e percorsi di poche tappe, attraversano miniere dismesse, crinali alpini, tratturi della transumanza, gravine lucane, lagune e promontori. Il nuovo quadro normativo interviene su questa pluralità.

Le grandi reti escursionistiche italiane

La prima categoria è quella delle grandi percorrenze, gli itinerari che superano le centinaia – spesso le migliaia – di chilometri e che strutturano intere aree del Paese. Tra le grandi direttrici escursionistiche, il Sentiero Italia CAI – promosso e mantenuto dal Club Alpino Italiano – è la rete più estesa: oltre 7.000 chilometri lungo le dorsali del Paese che collegano l’arco alpino, l’Appennino e la Sardegna. Non nasce come cammino religioso né come prodotto turistico in senso stretto. È un’infrastruttura escursionistica che, nel tempo, ha assunto anche una funzione economica per le aree montane marginali. Attraversa 20 regioni, connette rifugi, piccoli centri, parchi nazionali. La sua scala impone un’organizzazione complessa: manutenzione, segnaletica uniforme, sicurezza.

Diversa, ma paragonabile per estensione, è la Via Francigena, circa mille chilometri solo nel tratto italiano. È il cammino più conosciuto all’estero e quello che negli ultimi anni ha registrato una crescita costante di credenziali rilasciate. Secondo l’Associazione Europea delle Vie Francigene, prima della pandemia si superavano le 50 mila credenziali annue in Europa. Il tratto italiano concentra una quota rilevante di presenze, con effetti evidenti sulle economie locali, in particolare in Toscana e Lazio. La Francigena rappresenta il modello più strutturato: rete di accoglienza consolidata, standard di segnaletica, cooperazione interregionale.

Al Sud e nelle isole, la lunga percorrenza assume caratteristiche differenti. Il Cammino di Santu Jacu in Sardegna supera i 1.000 chilometri e riprende la tradizione jacobea in chiave isolana. È modulare: si può percorrere per intero o a tappe separate. Interessa aree interne lontane dai flussi balneari, attraversa comuni con densità abitativa molto bassa, valorizza patrimoni linguistici e religiosi locali. In Sicilia, la Via Francigena di Sicilia collega Palermo ad Agrigento lungo direttrici medievali, puntando su borghi e siti archeologici.

Accanto ai cammini religiosi, la lunga percorrenza archeologica ha come riferimento la Via Appia, la Regina Viarum. L’itinerario contemporaneo ripercorre il tracciato romano da Roma verso il Sud, attraversando Lazio, Campania, Basilicata e Puglia. Il valore è storico e paesaggistico: basolati, ponti, resti monumentali. La logica è diversa da quella del pellegrinaggio. Qui la leva è la valorizzazione culturale e la connessione tra siti distanti.

Questi cammini hanno in comune la dimensione sistemica. Superano i confini amministrativi, richiedono cooperazione stabile tra enti locali, e generano un impatto misurabile in termini di presenze diffuse. La nuova legge interviene in questo spazio: banca dati nazionale, cabina di regia, tavolo permanente. Strumenti pensati per coordinare ciò che già esiste su scala ampia.

Cammini brevi e itinerari ad anello

Accanto ai grandi assi nazionali si sono sviluppati itinerari di dimensioni più contenute, spesso ad anello, con lunghezze tra i 70 e i 150 chilometri. Sono percorsi che si completano in pochi giorni, accessibili anche a camminatori non esperti, con una logistica semplificata. In molti casi rappresentano la porta d’ingresso al turismo lento.

Il Cammino dei Briganti è un esempio. Circa 100 chilometri tra Abruzzo e Lazio, in gran parte su sterrati e strade bianche. È un anello che parte e torna a Sante Marie, in provincia dell’Aquila. Il riferimento storico è il brigantaggio postunitario. Il contesto è quello delle aree interne appenniniche, con borghi segnati dallo spopolamento. Negli ultimi anni il cammino ha attratto migliaia di escursionisti, con ricadute su strutture ricettive, piccoli esercizi, produzioni locali. La gestione è affidata a un’associazione che ha investito su segnaletica e promozione mirata.

In Umbria, il Cammino dei Borghi Silenti – circa 90 chilometri – collega piccoli centri medievali dell’area amerina. Anche qui la formula è quella dell’anello. L’itinerario si sviluppa tra boschi, calanchi e pievi rurali. L’interesse non è legato a un grande santuario o a un evento religioso, ma alla qualità paesaggistica e alla dimensione raccolta dei borghi attraversati. È un modello replicato in altre regioni: cammini di comunità, spesso nati dal basso, che costruiscono reti tra amministrazioni locali.

Diverso per notorietà è il Cammino degli Dei, circa 120 chilometri tra Bologna e Firenze. Pur non essendo un anello, ha dimensioni contenute e una forte attrattività, soprattutto per un pubblico giovane. Attraversa l’Appennino con tappe di 20-25 chilometri. La facilità di collegamento ferroviario tra le due città ne ha favorito la diffusione. Qui il turismo lento si integra con quello urbano, creando flussi brevi ma intensi.

La Via degli Abati rappresenta un modello intermedio: circa 190 chilometri tra Emilia e Toscana, meno frequentata rispetto alla Francigena ma con una forte identità storica, legata ai monaci di Bobbio. È un itinerario che attraversa vallate e crinali meno battuti, con un’offerta ricettiva in crescita.

Questi cammini brevi hanno un ruolo specifico nella strategia nazionale. Consentono di distribuire i flussi, favoriscono la destagionalizzazione, intercettano il turismo di prossimità. La nuova legge, con l’attenzione alla sicurezza, all’accessibilità e alla qualità dei servizi, può incidere soprattutto su questa categoria, dove gli standard variano in modo significativo da un territorio all’altro.

Cammini tematici e identità territoriali

Una parte rilevante dell’offerta italiana è costituita da cammini che valorizzano patrimoni specifici: industriali, pastorali, spirituali, linguistici. Sono itinerari che difficilmente potrebbero essere replicati altrove.

Il Cammino Minerario di Santa Barbara, circa 500 chilometri nel sud-ovest della Sardegna, attraversa siti minerari dismessi, gallerie, villaggi operai. È dedicato alla patrona dei minatori e combina dimensione religiosa e memoria industriale. Il percorso tocca il Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall’Unesco come primo geoparco al mondo. L’impatto riguarda territori che hanno subito la crisi del settore estrattivo. Il cammino è diventato uno strumento di riconversione turistica.

Nel Centro-Sud, il Cammino dei Tre Tratturi riprende le vie della transumanza, oggi patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’Unesco. Segue i grandi tratturi che collegavano Abruzzo, Molise e Puglia. È un percorso ampio, con tappe lunghe e paesaggi aperti. Qui il riferimento non è un singolo santuario ma un sistema economico storico, quello della pastorizia. Il cammino intercetta comunità rurali, aziende agricole, produzioni casearie.

Sul versante spirituale, la Via di Francesco collega luoghi francescani tra Toscana, Umbria e Lazio. Eremi, santuari, foreste. È uno dei cammini più strutturati dell’Italia centrale. La sua forza è l’integrazione tra patrimonio religioso e ambientale. In alcune tratte attraversa parchi naturali, con regolamenti specifici per la tutela.

Il Cammino Materano rappresenta un caso peculiare nel Mezzogiorno. Non è un singolo itinerario ma una rete di vie – tra cui la Via Peuceta e la Via Ellenica – che convergono su Matera. Le gravine, gli altopiani lucani, i paesaggi rupestri costituiscono il tratto distintivo. La Capitale europea della cultura 2019 ha dato impulso al progetto, ma l’interesse si è esteso anche ai comuni limitrofi, con effetti sulla ricettività diffusa.

In Calabria, il Cammino di San Francesco di Paola collega luoghi legati al santo patrono regionale. In Puglia, il Cammino di Don Tonino ripercorre i luoghi di don Tonino Bello, figura centrale del cattolicesimo contemporaneo. Sono itinerari che si fondano su identità fortemente radicate e su una rete di comunità parrocchiali e associative.

Questi cammini tematici intercettano uno degli obiettivi dichiarati dalla legge: valorizzare tradizioni locali, minoranze linguistiche, patrimoni culturali diffusi. Non sono semplici percorsi escursionistici. Sono strumenti di promozione territoriale con una forte componente identitaria.

Cammini d’acqua

Il nuovo testo normativo richiama esplicitamente cammini fluviali, marini, lagunari e lacustri. È un passaggio rilevante. Finora questi itinerari sono rimasti ai margini del dibattito pubblico, pur rappresentando un segmento in crescita.

Lungo il Po si sviluppano percorsi ciclopedonali che attraversano Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Non esiste un unico marchio nazionale, ma una serie di tratti collegati, spesso finanziati con fondi europei. Gli argini diventano corridoi di mobilità dolce, con un potenziale elevato in termini di cicloturismo. Il tema qui è la manutenzione e la sicurezza, soprattutto in caso di piene.

Nell’area lagunare veneta, itinerari legati al Cammino di Sant’Antonio si intrecciano con percorsi rurali e zone umide. L’ambiente è delicato: barene, canali, valli da pesca. Il turismo lento può diventare uno strumento di valorizzazione ma richiede regolamentazioni stringenti. La stessa dinamica riguarda i cammini costieri liguri o tirrenici, dove il sentiero si sviluppa tra mare e crinale, con forti pressioni stagionali.

I cammini lacustri, come quelli attorno al Lago d’Iseo o al Lago di Garda, intercettano un pubblico internazionale abituato alla mobilità dolce. Qui la sfida è integrare l’escursionismo con un’offerta turistica già consolidata. Non si tratta di creare nuovi flussi, ma di differenziarli.

Il riferimento normativo a queste tipologie amplia il perimetro dei cammini oltre la dimensione religiosa e montana. Inserisce l’acqua tra gli elementi centrali della strategia nazionale. Implica un coordinamento con autorità di bacino, enti parco, regioni.

Governance, risorse, standard: il quadro delineato dalla legge

L’approvazione del disegno di legge introduce strumenti specifici. È prevista l’istituzione di una banca dati nazionale dei cammini presso il ministero del Turismo. L’obiettivo è raccogliere informazioni su tracciati, lunghezze, servizi, stato della segnaletica, accessibilità. Uno strumento di trasparenza per i camminatori e di coordinamento per le istituzioni.

La legge prevede una cabina di regia e un tavolo permanente di confronto tra Stato, regioni ed enti locali. Viene istituito un programma di sviluppo triennale. Sul piano finanziario, sono stanziati 5 milioni di euro per il periodo 2026-2028 e un milione annuo dal 2029, che si aggiungono agli oltre 30 milioni già investiti dal ministero.

Il ministro del Turismo Daniela Santanché ha dichiarato: “L’approvazione definitiva della legge sui cammini, raggiunta grazie al consenso unanime tra maggioranza e opposizione, rappresenta una svolta storica per l’Italia. I cammini ottengono finalmente il riconoscimento che meritano, diventando un pilastro strategico per il turismo nazionale, con uno stanziamento di 5 milioni di euro per il periodo 2026-2028 e un milione annuo dal 2029, che si aggiungono agli oltre 30 già investiti dal ministero per questo asset”.

Il vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio ha parlato di “passo concreto sulla strada della valorizzazione di quel turismo esperienziale, lento e sostenibile, che oggi rappresenta un’opportunità di sviluppo per tanti territori, a cominciare da borghi e aree interne”.

La norma interviene su sicurezza, accoglienza, accessibilità, tutela ambientale. Stabilisce che i cammini possano essere riconosciuti come itinerari sostenibili finalizzati alla valorizzazione del patrimonio naturale, culturale e turistico. Il quadro è delineato. Restano da definire i criteri operativi: quali requisiti per entrare nella banca dati, quali standard minimi per segnaletica e servizi, quali indicatori di qualità. È su questo terreno che si giocherà l’efficacia della legge.

Nel frattempo, l’Italia dei cammini continua a estendersi: dalle dorsali alpine alle gravine del Sud, dagli argini del Po ai tratturi molisani. Un sistema diffuso che ora dispone di una cornice normativa nazionale, mentre sui sentieri si misurano concretamente capacità organizzativa, coerenza territoriale e qualità dell’offerta.Inizio modulo

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