Clima, il conto sale: 822 miliardi di danni in Europa. Italia tra i Paesi più esposti

Negli ultimi quattro anni un quarto delle perdite totali
13 Febbraio 2026
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Catanzaro, Sopralluogo del capo Dipartimento Protezione Civile Fabio Ciciliano
Catanzaro tra le zone colpite dal ciclone Harry (Ipa)

Le colline che franano in Sicilia, le città paralizzate in Andalusia, i bacini idrici sotto pressione in Portogallo. Le ultime settimane hanno riportato al centro dell’agenda europea la vulnerabilità del territorio di fronte agli eventi estremi. Il ciclone Harry, con il crollo di quattro chilometri di collina a Niscemi e oltre 1.500 evacuati, e la tempesta Marta nella penisola iberica hanno riaperto un fronte che in realtà non si è mai chiuso: quanto costa il clima che cambia e chi paga il conto.

Dal 1980 al 2024 gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno provocato nell’Unione europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro a prezzi 2024. Solo negli ultimi quattro anni si concentra un quarto di questo totale. L’Italia è tra i Paesi più colpiti in valore assoluto: oltre 145 miliardi di euro di danni in quarant’anni, seconda solo alla Germania. Eppure, meno di un quinto delle perdite complessive nell’Ue risulta assicurato. In Italia la quota scende a livelli minimi.

Il conto europeo degli eventi estremi

I dati dell’Agenzia europea dell’ambiente mostrano una traiettoria in accelerazione. Negli anni Ottanta le perdite medie annue erano inferiori ai dieci miliardi; nel periodo più recente si viaggia oltre i quaranta miliardi l’anno. La curva non è lineare, ma la tendenza è chiara: gli anni più recenti rientrano stabilmente tra i più costosi dell’intera serie storica.

A pesare non è tanto la frequenza dei piccoli eventi quanto la concentrazione dei grandi disastri. Una quota molto ridotta di episodi genera oltre la metà dei danni complessivi. È una dinamica che espone bilanci pubblici e sistemi assicurativi a shock improvvisi e difficilmente assorbibili.

Le alluvioni restano la prima voce di perdita economica in Europa, seguite dalle tempeste. Le ondate di calore, pur incidendo meno in termini monetari, hanno un impatto rilevante sul fronte sanitario e sulla mortalità. È su questo sfondo che la prima European Climate Risk Assessment ha segnalato l’accelerazione dei rischi climatici e il ritardo dell’adattamento.

A questa dimensione macro si aggiunge ora quella sociale. Il nuovo rapporto EEA-Eurofound, “Overheated and underprepared”, fotografa un continente in cui la stragrande maggioranza dei cittadini dichiara di aver sperimentato direttamente almeno un impatto climatico negli ultimi anni. Il caldo eccessivo in casa e nei luoghi di lavoro emerge come esperienza comune. Non più evento straordinario, ma condizione ricorrente.

Italia tra i più colpiti

Nel quadro europeo l’Italia si colloca stabilmente ai vertici per perdite totali. I danni cumulati superano i 145 miliardi di euro; il dato pro capite e quello per chilometro quadrato confermano un’elevata esposizione territoriale. Le vittime registrate nel periodo riflettono soprattutto l’impatto delle ondate di calore.

Il punto critico è la copertura assicurativa. In Italia solo una frazione minima delle perdite economiche viene assorbita dal sistema privato. Il resto ricade su famiglie, imprese e finanza pubblica. Il confronto con Paesi del Nord Europa, dove la penetrazione assicurativa è molto più ampia, evidenzia un divario strutturale.

Il rapporto EEA-Eurofound aiuta a leggere questa fragilità anche dal basso. Nell’Europa meridionale – di cui l’Italia fa parte – gli intervistati dichiarano con maggiore frequenza di aver subito impatti climatici. Il caldo estremo è tra i principali fattori di disagio domestico. E una quota consistente di famiglie europee afferma di non riuscire a mantenere l’abitazione adeguatamente fresca in estate, con un’incidenza più alta tra chi ha difficoltà economiche.

L’esposizione fisica, dunque, si intreccia con quella sociale. Abitazioni meno efficienti, minori risorse per interventi strutturali, minore accesso alla protezione assicurativa: la vulnerabilità climatica segue spesso le linee delle disuguaglianze.

Tra assicurazioni e prevenzione fisica

Il rapporto segnala che poco meno della metà degli intervistati europei dichiara di avere un’assicurazione che copre eventi meteorologici estremi. È un dato che indica una crescente consapevolezza del rischio, ma non colma il divario tra perdite totali e perdite assicurate.

Sul piano domestico, nessuna delle principali misure di adattamento – dalle schermature solari all’isolamento, fino ai sistemi di emergenza – risulta maggioritaria. Una parte non trascurabile degli intervistati non ha adottato alcuna misura specifica di protezione. Il risultato è un continente che riconosce il rischio ma fatica a tradurlo in interventi sistematici.

Anche sul versante pubblico la percezione è mista. Le allerte meteo e le campagne informative sono diffuse e riconosciute. Meno visibili risultano gli interventi infrastrutturali, come opere strutturali di prevenzione o centri di raffrescamento. La resilienza appare quindi più orientata alla gestione dell’emergenza che alla trasformazione strutturale del territorio.

La strategia europea di adattamento al clima punta a ridurre nel tempo l’impatto economico degli eventi estremi. Tuttavia, tra costi in aumento, protezione assicurativa disomogenea e vulnerabilità sociali persistenti, la distanza tra esposizione e preparazione resta ampia. E nei Paesi più esposti, come l’Italia, questa distanza pesa due volte: sui conti pubblici e sulla vita quotidiana delle famiglie.

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