Una generazione senza aumenti: cosa blocca i salari italiani

L’analisi dell’Osservatorio CPI ricostruisce trent’anni di stagnazione salariale
12 Febbraio 2026
4 minuti di lettura
Salari Stipendi

Per trent’anni gli italiani hanno lavorato di più, più a lungo, con contratti diversi, dentro imprese più piccole e mercati più aperti. Eppure, la loro retribuzione reale è tornata sempre allo stesso punto. I numeri mostrano che il potere d’acquisto medio è oggi sostanzialmente allineato ai livelli di inizio anni Novanta.

È la conclusione a cui arriva un’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (CPI), che ricostruisce l’andamento di salari, produttività e competitività lungo l’intero arco che va dai primi anni Novanta a oggi. La fiammata dei prezzi del 2022-2023 ha aggravato una fragilità già radicata. Il problema non nasce ieri e non si esaurisce con un taglio contributivo o con un rinnovo contrattuale più generoso.

Una generazione ferma

I dati dell’Ocse sulle retribuzioni lorde per dipendente, calcolate a prezzi costanti, disegnano una curva che sembra interrompersi sempre sul più bello. Dopo la caduta dei primi anni Novanta – quando la svalutazione della lira e la recessione colpirono redditi e occupazione – i salari reali risalgono lentamente fino al 2010, superando di circa il 6% il livello del 1990. È il punto più alto raggiunto nell’arco di oltre tre decenni.

Poi la traiettoria si piega. La crisi dei debiti sovrani, la lunga stagnazione e la debolezza strutturale della crescita riportano le retribuzioni verso il basso. Nel frattempo, cambiano i governi, si susseguono riforme del mercato del lavoro, si interviene sulle pensioni e sulla fiscalità. Ma il potere d’acquisto resta intrappolato. L’ondata inflazionistica del 2022-2023 (oltre il 17% cumulato tra il 2019 e il 2024 secondo l’Istat) ha scavato un nuovo solco, colpendo proprio quando i salari reali non avevano ancora recuperato le perdite precedenti.

Le serie Eurostat sulle retribuzioni orarie lorde, disponibili dal 1995, rafforzano il quadro: oggi, in termini reali, siamo sostanzialmente sui livelli di fine anni Novanta. Il picco del 2020 è legato alla caduta delle ore lavorate durante i lockdown, non a un aumento strutturale dei salari. Quando le ore sono tornate a crescere, l’indicatore si è riassestato. Se si guarda alle retribuzioni nette, il confronto con l’estero è ancora più severo: nel 2023 risultavano inferiori di circa il 7% rispetto al 1996, mentre nello stesso periodo in Germania e in Francia si registravano aumenti a doppia cifra.

A comprimere ulteriormente il netto in busta paga contribuisce il cuneo fiscale. Dopo una riduzione significativa tra la fine degli anni Novanta e il 2006, il divario fra costo del lavoro e retribuzione percepita si è stabilizzato attorno al 44%. In altre parole, quasi metà di ciò che l’impresa spende per un lavoratore non arriva direttamente nelle sue tasche. I recenti interventi sul taglio contributivo hanno alleggerito la pressione per i redditi medio-bassi, ma non hanno modificato la struttura di fondo.

Perché gli aumenti non reggono

Dietro la stagnazione salariale c’è un dato che pesa più di ogni altro: la produttività del lavoro è cresciuta pochissimo. Negli ultimi trent’anni l’aumento complessivo della produttività oraria in Italia è stato intorno al 6%. Una crescita concentrata soprattutto nella seconda metà degli anni Novanta, seguita da un ventennio quasi piatto.

Dal 2000 al 2019 la produttività ha oscillato senza imboccare una direzione chiara. Il picco registrato tra il 2020 e il 2022, influenzato anche dagli effetti statistici della pandemia, è stato riassorbito rapidamente. Oggi l’indicatore si colloca vicino alla media del lungo periodo di stagnazione. Senza un aumento consistente della produttività, lo spazio per incrementi salariali sostenibili resta limitato: ogni scostamento prolungato genera tensioni sui margini delle imprese o sull’occupazione.

Il confronto con la Germania rende il quadro ancora più evidente. A parità di base 1995=100, la produttività oraria tedesca è cresciuta di circa un quarto in più rispetto a quella italiana. La distanza non si è aperta in un solo momento critico, ma si è ampliata anno dopo anno. In parallelo, nei primi anni Duemila il costo del lavoro italiano è aumentato più rapidamente rispetto a quello tedesco. Il rapporto fra i due Paesi è salito fino al 2009, per poi ridimensionarsi, ma nel 2024 resta comunque superiore di circa il 10% rispetto alla metà degli anni Novanta.

In un’unione monetaria, dove la leva del cambio non è disponibile, questi squilibri si riflettono sulla competitività. Il tasso di cambio reale basato sul costo del lavoro per unità di prodotto si è apprezzato per l’Italia tra il 2000 e il 2011, segnalando una perdita di terreno. Nello stesso periodo la Germania consolidava la propria posizione. Solo dopo la crisi, con salari reali compressi e domanda interna debole, l’Italia ha recuperato parte della competitività perduta.

Quando il costo del lavoro supera la produttività

Gli effetti di quella perdita di competitività sono visibili nella bilancia delle partite correnti. Secondo i dati della Banca mondiale, l’Italia è passata da un surplus pari a circa il 3% del Pil nel 1996 a un disavanzo del 3,2% nel 2010. Un deterioramento profondo, che ha coinciso con l’accumularsi di squilibri poi esplosi nella crisi finanziaria del 2011. Negli anni successivi il saldo è tornato positivo, grazie alla correzione dei costi e alla debolezza della domanda interna.

Questo contesto aiuta a comprendere anche l’evoluzione della contrattazione salariale. Il modello definito con l’accordo del luglio 1993 tra governo e parti sociali non imponeva automatismi rigidi: prevedeva che gli aumenti fossero coerenti con l’inflazione programmata, ma anche con l’andamento dell’economia e con il confronto competitivo. Nei primi anni Duemila, in diversi settori gli aumenti hanno superato l’inflazione attesa. L’esito non è stato un balzo della produttività, bensì un ampliamento del divario di costo con i partner europei.

Da allora la cautela è aumentata. I sindacati sanno che ottenere incrementi non sostenuti dalla produttività può tradursi in riduzione dell’occupazione o in crisi aziendali. Non è un problema di debolezza negoziale in senso stretto, ma di vincoli strutturali. In alcuni comparti marginali, dove i contratti collettivi sono poco applicati o aggirati, il tema è diverso: qui il salario minimo legale, nei parametri indicati dalla direttiva europea 2022/2041, potrebbe offrire una soglia di tutela contro il lavoro povero.

Resta il nodo centrale. Senza un rafforzamento della produttività – attraverso investimenti, innovazione, crescita dimensionale delle imprese, efficienza amministrativa – ogni aumento salariale significativo rischia di essere effimero o di generare nuovi squilibri. La perdita di potere d’acquisto degli ultimi anni può essere recuperata in parte, e i segnali di ripresa delle retribuzioni lorde dalla fine del 2022 indicano un’inversione di tendenza. Ma la traiettoria di fondo dipende da variabili più profonde della sola dinamica contrattuale o fiscale.

Tendenze | Altri articoli