Tornare sulla Luna nel 2028, e abitarla. È questo il traguardo che la Nasa prova ad avvicinare con Artemis II, la prima missione con equipaggio del programma Artemis e il primo volo umano oltre l’orbita terrestre bassa dai tempi dell’Apollo, oltre mezzo secolo fa. Nella notte tra l’1 e il 2 aprile tre astronauti statunitensi e un canadese sono partiti a bordo della capsula Orion per un viaggio di circa dieci giorni attorno alla Luna: non è previsto un allunaggio, ma il compito è testare in condizioni reali veicolo, equipaggio e procedure in vista delle future missioni, fino a rimettere piede sul nostro satellite nel 2028 con la missione Artemis IV.
Com’è andato il lancio
Dopo diversi rinvii, e dopo aver risolto due anomalie rilevate in fase di countdown e un paio di problemi tecnici, il razzo Space Launch System (Sls) è decollato dal Kennedy Space Center in Florida alle 00:35 italiane di stanotte, 2 aprile 2026 – le 18:35 del 1° aprile in Florida -, portando in orbita terrestre la capsula Orion con a bordo Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Il rientro sulla Terra è previsto per l’11 aprile alle 2:10 italiane.
Pochi minuti dopo il decollo, i booster laterali di SLS si sono separati come previsto. La spinta è passata ai quattro motori dello stadio principale, sganciato dopo circa otto minuti e mezzo e poi ricaduto in mare. A quel punto lo stadio superiore, l’Interim Cryogenic Propulsion Stage, ha portato Orion in orbita terrestre. Dopo la separazione della capsula dallo stadio, Glover ha eseguito con successo le operazioni di prossimità.
Orion resterà in orbita per circa 23 ore, fino a 70mila chilometri dalla Terra, un limite che non si raggiungeva dai tempi del programma Apollo. Poi inizierà il viaggio verso il nostro satellite, disegnando un ‘otto’ intorno a Terra e Luna, per un totale di 2,3 milioni di chilometri. Nel punto più lontano, gli astronauti arriveranno a circa 370mila chilometri da casa e a circa 7.500 chilometri oltre il lato nascosto della Luna, spingendosi più lontano dal pianeta di qualsiasi altro essere umano.
E ci sono altri record: Glover è il primo afroamericano a uscire dall’orbita bassa, Koch la prima donna e Hansen il primo non statunitense.
Gli obiettivi: abitare la Luna
Artemis II non prevede un allunaggio. Il senso della missione è quello di preparare il ritorno umano sulla Luna non più in modo simbolico (“Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”, disse Neil Armstrong nel 1969), ma per arrivare ad abitarla, costruendo basi permanenti, laboratori e forse miniere, con robot e astronauti.
Artemis II dunque è la prova generale della prossima esplorazione lunare, e dovrà verificare che veicolo, equipaggio e procedure funzionino in condizioni operative reali, come un sistema unico, a centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra.
“Artemis II è l’inizio di qualcosa di più grande di una semplice missione. È l’inizio del nostro ritorno sulla Luna, non solo per visitarla, ma un giorno anche per restarci nella nostra stazione lunare”, ha detto l’amministratore della Nasa Jared Isaacman.
Tra i principali obiettivi c’è anche “lo studio del corpo umano nello spazio profondo“, ha spiegato il chief Exploration scientist della Nasa Jacob Bleacher aggiungendo che “è un passo per capire come la vita reagisce a un ambiente dove vogliamo operare in futuro esplorando la Luna e magari preparandoci ad andare su Marte”. Durante il viaggio l’equipaggio farà esperimenti e raccoglierà preziosi sull’ambiente dello spazio profondo, compresa l’esposizione alle radiazioni cosmiche, ovvero uno degli aspetti più critici per la salute degli astronauti nelle missioni future.

Verso Marte?
Il programma punta oltre il nostro satellite: nelle intenzioni, le basi permanenti lunari e l’esperienza che verrà maturata potranno fungere da trampolino di lancio per andare verso Marte in un futuro che al momento possiamo solo immaginare. Ma che il Lunar Gateway, la futura stazione orbitale lunare che servirà da punto di appoggio per i trasferimenti Tera-Luna, dovrà favorire.
Resta qualche ombra sul calendario. La data del 2028 ha suscitato perplessità tra gli esperti. La Nasa non ha reso pubblica la valutazione dei rischi della missione: i dirigenti sostengono che le probabilità di successo siano superiori al 50%, la soglia tipica per un nuovo razzo, ma non hanno fornito dettagli.
Il rientro
Il settimo giorno la capsula entrerà in una traiettoria di free return, già utilizzata durante il programma Apollo, che sfrutta la gravità lunare per riportarla automaticamente verso la Terra in caso di emergenza. Nella fase finale sarà messo alla prova uno degli elementi più delicati della missione: il rientro nell’atmosfera ad altissima velocità.
Il Modulo di Servizio verrà sganciato e Orion orienterà lo scudo termico verso la Terra per proteggersi dall’attrito, che farà salire la temperatura fino a 1.650 gradi. L’ammaraggio è previsto l’11 aprile, alle 2:10 italiane, nell’Oceano Pacifico, al largo della costa della California, con una velocità finale ridotta a circa 27 chilometri orari grazie ai paracadute.
C’è anche un po’ d’Europa e di Italia in Artemis II
Dentro Artemis II c’è anche un forte contributo europeo. Come ha sottolineato l’Esa, “il cuore della missione è il Modulo di Servizio Europeo (European Service Module), che alimenta, spinge e sostiene Orion e il suo equipaggio nel viaggio attorno alla Luna e nel ritorno sicuro verso la Terra”. È il sistema che fornisce aria e acqua agli astronauti, garantisce elettricità tramite pannelli solari, controlla la temperatura della navicella e assicura la propulsione necessaria per le manovre nello spazio profondo.
Costruito dall’industria europea sotto la guida dell’Esa, il modulo è stato assemblato da Airbus a Brema, in Germania, con contributi di 13 Stati membri dell’Agenzia, 20 appaltatori principali e oltre 100 fornitori europei. “Artemis II (…) conferma il ruolo essenziale dell’Europa nel ritorno dell’umanità sulla Luna e nelle future esplorazioni oltre i confini terrestri”, ha affermato il direttore generale dell’Es Josef Aschbacher.
E c’è anche un pezzo di Italia: parte del Modulo di Servizio Europeo è stata costruita da Thales Alenia Space e Leonardo, mentre l’Agenzia Spaziale Italiana è coinvolta in vari aspetti del programma e sta progettando anche il modulo abitativo MPH da collocare sulla superficie lunare. Thales Alenia Space ha contribuito ai sistemi di sopravvivenza del modulo, in particolare per ossigeno, azoto e acqua. Leonardo contribuisce invece con i pannelli fotovoltaici e con le unità di gestione e controllo della potenza per tutti i moduli.
“La missione vede molta tecnologia italiana a bordo, sia della capsula Orion sia del sistema di lancio. Speriamo che questa missione sia il viatico per le future attività. Possiamo costruire anche una nuova economia lunare“, ha sottolineato il direttore generale dell’Asi Luca Vincenzo Maria Salamone, durante l’evento ‘Notte di Luna all’Agenzia Spaziale Italiana’ organizzata per il lancio di Artemis II, ricordando che “l’Italia è tra i primi firmatari degli Artemis Accords”.