Quando il rumore diventa una politica urbana: il caso Gand

Il caso belga mostra come le città europee stiano trasformando la pressione sonora in una variabile di governo. In Italia, la stessa traiettoria passa dalle ordinanze.
3 Febbraio 2026
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Gand canva
Gand, città delle Fiandre nel nord del Belgio

Gand, città delle Fiandre nel nord del Belgio, ha deciso di intervenire su ciò che più di ogni altra cosa segnala la pressione urbana contemporanea: il rumore. Non un’emergenza, non una sommossa dei residenti, non un fatto di cronaca nera. Una scelta amministrativa ordinata, costruita dentro un piano, con obiettivi dichiarati e strumenti tecnici. Gand ha annunciato misure per ridurre l’impatto sonoro del turismo nel centro storico: controllo del numero di barche turistiche sui canali, regolazione delle visite guidate, limiti alla diffusione sonora, rafforzamento della cooperazione con gli operatori dell’ospitalità.

Il dettaglio conta, ma conta di più il contesto. Gand non è una metropoli globale né un centro sotto assedio turistico incontrollato, ma è un nodo urbano significativo: con circa 270.000 abitanti è infatti una delle città più popolose del Belgio, collocandosi subito dopo Anversa e Bruxelles nella classifica nazionale per dimensione demografica.

La sua struttura medievale compatta, attraversata da canali e punteggiata da edifici storici, è sede di una vivace comunità studentesca e di un’intensa scena culturale. Nelle Fiandre, città come Gand attirano turismo culturale e ricreativo in modo crescente: secondo dati regionali, il totale delle presenze turistiche nelle Fiandre ha superato i 28 milioni di pernottamenti annui, con le città d’arte – tra cui Anversa, Bruges e Gand – responsabili di oltre un quarto dei flussi.

Nel caso specifico di Gand, rapporti statistici recenti indicano che la città ha attratto oltre 1,6 milioni di visitatori (tra brevi e prolungati soggiorni) nell’ultimo periodo di rilevazione disponibile. La pressione non esplode in un punto preciso: si stratifica. È questo accumulo che l’amministrazione ha deciso di trattare come una questione strutturale, non come un disturbo episodico.

Quando il rumore diventa una variabile misurata

La scelta di Gand non nasce nel vuoto. È inscritta in un quadro normativo che negli ultimi anni ha cambiato il modo in cui le città europee sono chiamate a occuparsi del rumore. La Direttiva europea sul Rumore Ambientale non impone divieti automatici né stabilisce coprifuoco urbani. Impone qualcosa di più impegnativo: misurare, mappare, pianificare. Trasformare una percezione soggettiva in un dato amministrabile.

Le grandi città europee sono obbligate a produrre mappe acustiche e a definire piani d’azione per ridurre l’esposizione della popolazione a livelli considerati dannosi. Bruxelles non fissa il limite, ma pretende che ogni amministrazione lo faccia, assumendosene la responsabilità. È qui che il rumore smette di essere una lamentela e diventa una variabile di governo.

Gand ha tradotto questo obbligo in una griglia operativa. La linea viene tracciata in modo misurabile: circa 55 decibel per il rumore ambientale ordinario, 60 decibel nelle aree considerate sensibili – come terrazze e spazi di ristorazione all’aperto – e 70 decibel per i picchi temporanei, con deroghe circoscritte a eventi specifici. Non soglie simboliche, ma valori che corrispondono a esperienze quotidiane: una conversazione normale, un ambiente urbano animato, un rumore episodico tollerabile.

Il punto decisivo è che questi numeri non restano confinati nei rapporti tecnici. Diventano criteri per intervenire. Se una zona supera sistematicamente la soglia, entra in un perimetro di attenzione. Se una pratica contribuisce in modo ripetuto allo sforamento, viene modificata. È su questa base che il nuovo piano d’azione cittadino concentra l’attenzione sul centro storico e sul turismo: non perché sia rumoroso in senso assoluto, ma perché lo è in modo continuo, prevedibile, cumulativo.

La direttiva europea produce così un effetto politico indiretto. Costringe le città a esplicitare quanta pressione sonora ritengano compatibile con il proprio modello urbano. Una volta fissata la soglia, tutto il resto segue: tecnologia, regole, cooperazione con gli operatori, limiti alle pratiche più invasive. Le cuffie per le visite guidate, le barche elettriche, la riduzione della diffusione sonora non sono soluzioni creative isolate. Sono l’esito pratico di una scelta numerica che separa ciò che è accettabile da ciò che non lo è più.

Questo passaggio segna una discontinuità rispetto al passato. Il rumore non viene affrontato come emergenza né come conflitto morale, ma come parametro di pianificazione. Non si discute se la città debba essere viva o tranquilla. Si decide entro quali margini la vitalità può esprimersi senza entrare in collisione con la residenza. È un cambio di linguaggio che anticipa un cambio di città.

Città diverse, stessa traiettoria

Se Gand traduce la gestione del rumore in soglie e piani, altre città europee percorrono la stessa direzione con strumenti meno espliciti ma altrettanto incisivi. Il risultato non è uniforme, ma coerente: lo spazio pubblico serale viene progressivamente filtrato, selezionato, ricondotto entro margini compatibili con residenza, turismo ordinato, rendita urbana.

Ad Amsterdam la pressione notturna viene affrontata agendo sui bordi dell’esperienza. Nel quartiere centrale e nelle aree più frequentate, le terrazze chiudono prima rispetto agli spazi interni, l’ingresso di nuovi clienti viene limitato oltre una certa ora, l’uso dello spazio esterno viene compresso. Non è una chiusura della vita notturna, ma una sua ritrazione. La città resta attiva, ma meno visibile, meno diffusa, meno permeabile.

Barcellona ha scelto un intervento ancora più mirato, colpendo una pratica specifica: i pub crawl. Il divieto esteso all’intera città non riguarda i singoli locali, ma l’organizzazione collettiva del consumo notturno. L’obiettivo non è ridurre l’offerta, ma spezzare la massa critica che trasforma lo spazio pubblico in corridoio rumoroso itinerante. Anche qui il rumore è il parametro, ma il bersaglio è la concentrazione.

A Lisbona la gestione passa attraverso una zonizzazione sempre più fine. Le mappe acustiche diventano strumenti decisionali: alcune aree vengono classificate come sensibili, altre come sature. Entrare in una categoria significa ereditare automaticamente un set di restrizioni. La politica arretra, la tecnica avanza. Il conflitto non scompare, cambia linguaggio.

Il caso di Parigi mostra l’altra faccia del processo. Ogni modifica degli orari delle terrazze, anche minima, produce reazioni immediate dei residenti. L’estensione estiva fino alle 23 non è una liberalizzazione, ma un aggiustamento che mette in evidenza quanto la soglia di tolleranza sia già bassa. Qui la pressione non è solo turistica, è residenziale. Il centro è abitato, e questo cambia il peso di ogni decibel.

Anche le destinazioni storicamente associate alla festa stanno rivedendo le proprie regole. A Hvar, isola croata diventata sinonimo di nightlife, le autorità locali hanno introdotto limiti più stringenti sul rumore e sui comportamenti notturni. Non per rinnegare l’identità turistica, ma per renderla sostenibile nel tempo. La festa resta, ma perde l’illimitatezza che l’aveva resa attrattiva.

La convergenza è evidente. Le città non stanno scegliendo tra notte e quiete. Stanno ridefinendo quanta notte sia compatibile con il modello urbano che intendono consolidare. Dove esistono piani e soglie, come a Gand, la scelta è dichiarata. Dove mancano, come spesso accade in Italia, viene realizzata per accumulo: ordinanze stagionali, perimetri mobili, divieti circoscritti.

In tutti i casi, il rumore è il punto di accesso. Misurabile, contestabile, tecnicamente gestibile. Ma ciò che viene realmente regolato è l’uso dello spazio pubblico dopo una certa ora. Chi può restare, come, a che condizioni. La città non diventa muta. Diventa selettiva.

E in Italia?

In Italia il rumore non diventa mai una variabile pianificata. Non esistono soglie dichiarate, né piani della notte, né obiettivi misurabili comparabili a quelli adottati a Gand. Il governo della pressione sonora e della vita notturna passa quasi esclusivamente da strumenti contingenti: ordinanze sindacali, proroghe stagionali, perimetri mobili. Non una strategia, ma una somma di interventi.

Il tratto comune non è la severità delle misure, ma la loro forma. Le amministrazioni evitano accuratamente di intervenire sull’attività economica in quanto tale. I locali restano aperti, le licenze non vengono toccate. A essere regolato è ciò che accade fuori: dehors, asporto, stazionamento, musica percepita nello spazio pubblico. La pressione non viene eliminata, viene spinta all’interno, resa meno visibile, meno diffusa.

A Milano il modello è ormai consolidato. Le ordinanze sulla movida, rinnovate di stagione in stagione, agiscono su quartieri specifici: limiti all’uso dei dehors, divieti di vendita di alcolici da asporto in fascia notturna, restrizioni allo stazionamento in alcune aree. Formalmente temporanee, queste misure vengono riproposte con minime variazioni, producendo un effetto strutturale senza mai dichiararlo. La notte non viene chiusa, viene compressa.

A Roma l’intervento passa soprattutto dall’approvvigionamento. Le ordinanze anti-malamovida colpiscono minimarket e vendita di alcolici da asporto nelle ore serali e notturne in zone centrali. Il consumo non è vietato, ma reso più difficile. La strada perde progressivamente la funzione di luogo di permanenza. La pressione si riduce non perché scompaia, ma perché diventa meno sostenibile.

Napoli spinge la micro-regolazione ancora oltre. Le ordinanze individuano singole strade del centro storico, vietano la vendita e la somministrazione per asporto anche di bevande analcoliche, impongono chiusure anticipate con tempi rigidi di sgombero. Qui il rumore è quasi un pretesto. Il vero bersaglio è la presenza fisica nello spazio urbano dopo una certa ora.

A Firenze la pressione viene affrontata soprattutto attraverso il suolo pubblico. Il nuovo regolamento sui dehors nel centro storico restringe allestimenti, orari, modalità d’uso. Non si parla esplicitamente di notte, ma l’effetto è chiaro: ridurre l’intensità serale in un’area a forte rendita turistica e residenziale. Venezia, da anni, utilizza ordinanze stagionali per governare flussi e comportamenti, con un impianto che privilegia la tutela della residenza rispetto a qualsiasi altra funzione urbana.

Il punto non è la singola misura. È il disegno che emerge per accumulo. In assenza di piani strutturati, ogni amministrazione risponde a pressioni locali: esposti dei residenti, conflitti di quartiere, picchi stagionali. Ogni ordinanza appare giustificata, limitata, necessaria. Nessuna, presa da sola, ridefinisce la città. Tutte insieme sì. La differenza rispetto a Gand è netta. Lì la soglia viene fissata e dichiarata. Qui resta implicita, variabile, negoziata caso per caso. Il risultato, però, converge. Lo spazio pubblico notturno viene progressivamente ritirato, non attraverso una scelta politica esplicita, ma tramite una serie di aggiustamenti amministrativi che evitano il conflitto frontale e ne producono gli effetti.

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