Il continente europeo si scalda due volte più velocemente rispetto alla media globale. Le temperature medie degli ultimi cinque anni in Europa sono già di circa 2,4 °C superiori ai livelli preindustriali, una velocità che mette a dura prova i nostri attuali sistemi di vita, lavoro e gestione delle crisi. A lanciare un messaggio d’allarme è l’ultimo rapporto del Comitato scientifico consultivo europeo sui cambiamenti climatici (Esabcc) che chiede urgenza e pragmatismo: dobbiamo smettere di reagire alle catastrofi e iniziare a progettarne la resistenza.
I costi dell’inazione
Il clima non è più un rischio astratto o distante per l’Europa. I dati sono crudi: l’ondata di calore estremo dell’estate 2025 ha causato circa 24.000 morti premature in 854 città europee, e oltre due terzi di questi decessi sono direttamente attribuibili al cambiamento climatico. Ma non è solo una tragedia umana; è un’emorragia economica. I danni alle infrastrutture hanno raggiunto una media di 45 miliardi di euro all’anno nel periodo 2020-2024, un aumento di cinque volte rispetto agli anni ’80.
Senza un’adeguata strategia, questi rischi raggiungeranno livelli critici entro la metà del secolo, minacciando la sicurezza alimentare, l’autonomia energetica e la stabilità democratica dell’Unione.
Il “piano di sopravvivenza” in cinque punti
Per passare da sforzi reattivi e frammentati a una resilienza sistemica, gli esperti dell’Esabcc indicano cinque raccomandazioni chiave:
1. Obbligo di valutazione del rischio: l’Ue deve imporre valutazioni del rischio climatico in tutte le sue politiche e decisioni, utilizzando scenari comuni e standard metodologici per evitare che le infrastrutture e le aziende sottostimino i pericoli futuri.
2. Prepararsi al peggio (i 3 gradi): le autorità devono pianificare sulla base di una traiettoria di riscaldamento globale di 2,8–3,3 °C entro il 2100. In Europa, questo si tradurrebbe in temperature ancora più elevate. Ignorare questa possibilità significa costruire oggi opere che saranno inutilizzabili domani.
3. Una visione chiara per il 2050: occorre una visione condivisa a lungo termine, supportata da obiettivi misurabili per il 2030 e il 2040, che fungano da bussola per gli investimenti pubblici e privati.
4. Resilienza “by design” e giustizia sociale: la capacità di resistere deve essere integrata fin dall’inizio nella progettazione di ogni legge o investimento. Fondamentale è il concetto di “giustizia climatica”: l’adattamento non deve aumentare le disuguaglianze né spostare il peso sulle spalle delle generazioni future o delle regioni più povere del Mondo.
5. Mobilitare la finanza e colmare il vuoto assicurativo: ad oggi, solo un quarto delle perdite economiche causate dal clima in Europa è assicurato. L’Ue deve colmare questo gap e incentivare gli investimenti privati, utilizzando anche strumenti di “blended finance” (finanza mista pubblico-privata) per de-riscaldare i progetti di adattamento.
Non solo muri: l’adattamento “trasformativo”
L’adattamento non significa solo alzare le difese contro le inondazioni, ma, in molti casi, sarà necessario un adattamento trasformativo: cambiamenti radicali che affrontino le cause profonde della nostra vulnerabilità. Ad esempio, spostare interi insediamenti dalle coste minacciate dall’innalzamento dei mari o rivoluzionare i modelli agricoli in zone colpite da siccità persistenti.
Esistono tuttavia dei limiti. Se il riscaldamento non verrà frenato attraverso una drastica riduzione delle emissioni, raggiungeremo “limiti fisici e biologici” oltre i quali nessuna strategia di adattamento sarà efficace. L’adattamento e la mitigazione sono due facce della stessa medaglia: l’uno protegge oggi, l’altra garantisce un domani gestibile.
La sfida della solidarietà
I rischi, però, non sono distribuiti equamente. L’Europa meridionale, sottolinea il report, è l’area più esposta a calore, siccità e incendi, ma è spesso anche quella con minor spazio fiscale per investire. La solidarietà europea, espressa attraverso strumenti come il Fondo di Solidarietà dell’Ue, è sotto pressione e deve essere rafforzata per non diventare un semplice cerotto dopo il disastro, ma uno stimolo a “ricostruire meglio” e in modo preventivo.
L’adattamento non è solo un costo, ma un investimento che genera il cosiddetto “triplo dividendo”: evita perdite future, stimola l’innovazione economica e produce benefici sociali e ambientali, come aria più pulita e biodiversità nelle città.
“Siamo già pagando il prezzo della nostra mancanza di preparazione”, ha dichiarato Maarten van Aalst, membro dell’Esabcc. La scienza ha tracciato la strada. Ora spetta alla politica e alla società civile decidere se vogliamo progettare il nostro futuro o semplicemente aspettare che la prossima ondata di calore o alluvione decida per noi.