Perché il caldo estremo ci sta togliendo la voglia (e la possibilità) di muoverci?

L'inattività fisica è una delle sfide sanitarie più urgenti del secolo
17 Marzo 2026
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Uomo che soffre il caldo

Troppo caldo e poca voglia di muoversi? E bene,siamo abituati a pensare al cambiamento climatico come a una minaccia per gli ecosistemi o l’agricoltura, ma una nuova ricerca scientifica avverte che il riscaldamento globale sta colpendo direttamente il nostro comportamento biologico più basilare: il movimento. Secondo uno studio condotto su un database di 156 Paesi tra il 2000 e il 2022, il calore eccessivo non è solo un fastidio, ma sta diventando una vera e propria barriera fisica all’attività motoria.

La soglia del pericolo: 27,8°C

Il cuore della ricerca, guidata dal professor Christian García-Witulski, ricercatore presso il Lancet Countdown Latin America e professore alla Pontificia Università Cattolica Argentina, risiede nell’aver individuato una soglia critica di temperatura media mensile: 27,8°C. Superato questo valore, ogni mese aggiuntivo di esposizione al calore provoca un aumento dell’inattività fisica dell’1,44% a livello globale.

Non si tratta solo di “pigrizia” estiva. Il calore estremo impone vincoli fisiologici severi: aumenta lo stress cardiovascolare, accelera la disidratazione e eleva drasticamente la percezione dello sforzo. In pratica, il corpo umano “si spegne” per proteggersi dal surriscaldamento, riducendo le finestre temporali sicure per lo sport o anche solo per una camminata.

Un’epidemia di sedentarietà: i numeri della crisi

L’inattività fisica è già una delle sfide sanitarie più urgenti del secolo, responsabile di circa il 5% dei decessi mondiali tra gli adulti. Se non invertiremo la rotta, il riscaldamento globale esaspererà questo quadro entro il 2050 con proiezioni allarmanti:

  • Sono previsti tra 0,47 e 0,70 milioni di decessi prematuri aggiuntivi ogni anno causati esclusivamente dalla sedentarietà indotta dal clima.
  • La perdita di produttività globale oscillerà tra 2,40 e 3,68 miliardi di dollari annui.
  • Crescerà l’incidenza di patologie non trasmissibili come diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, alcuni tipi di cancro e disturbi della salute mentale.

Donne e Paesi poveri in prima linea

Lo studio evidenzia una profonda ingiustizia climatica. Mentre nei Paesi ad alto reddito l’impatto sulla sedentarietà è quasi nullo, anche grazie alla diffusione di infrastrutture climatizzate, nei Paesi a basso e medio reddito l’aumento dell’inattività balza all’1,85% per ogni mese sopra la soglia critica.

Maggiore vulnerabilità riguarda le donne e gli anziani. I ricercatori hanno osservato che l’associazione tra calore e inattività è più forte per la popolazione femminile (1,69% contro l’1,18% dei maschi), riflettendo sia differenze fisiologiche (come una minore efficienza evaporativa del sudore) sia fattori sociali, come un minor accesso a spazi sicuri e freschi per l’esercizio. Nelle popolazioni più anziane, l’effetto è ancora più marcato, arrivando al 2,75%.

Le “Hotspots” del mondo

Le mappe realizzate dai ricercatori mostrano zone rosse dove l’inattività potrebbe aumentare di oltre 4 punti percentuali entro il 2050. Le aree più a rischio includono:

  • America Centrale e Caraibi.
  • Africa subsahariana orientale.
  • Sud-est asiatico equatoriale.

“Non si tratta solo di una questione climatica, ma anche di una questione di disuguaglianza – ha affermato García-Witulski -. I luoghi che si prevede registreranno i maggiori aumenti di inattività dovuti ai cambiamenti climatici sono spesso gli stessi luoghi con meno risorse per adattarsi. In contesti in cui le persone hanno meno accesso al raffreddamento, meno alternative sicure al chiuso e meno flessibilità nei loro orari quotidiani, il caldo sembra avere maggiori probabilità di tradursi in una riduzione dell’attività fisica“.

Verso città “a prova di movimento”

Il messaggio degli scienziati è chiaro: l’attività fisica non può più essere considerata solo una scelta di vita individuale, ma deve essere trattata come una necessità di salute pubblica sensibile al clima. Consigliare semplicemente di “fare più sport” è inutile se l’ambiente esterno è diventato “simile ad un forno”. Le soluzioni proposte riguardano un adattamento urbano radicale:

  1. Espandere la copertura arborea e le reti di ombra in strade e parchi per abbassare la temperatura percepita.
  2. Progettare piste ciclabili e percorsi pedonali protetti dal calore.
  3. Sussidiare l’accesso a strutture sportive climatizzate per le fasce di popolazione più povere e vulnerabili.

 “Mantenersi attivi in ​​un mondo che si riscalda dipende non solo dalla motivazione personale, ma anche dalla progettazione urbana, dalle infrastrutture e dall’accesso a informazioni affidabili. In termini pratici, le politiche per l’attività fisica resilienti ai cambiamenti climatici sono quelle che aiutano le persone a rimanere attive in sicurezza anche in condizioni climatiche più calde”, ha concluso García-Witulski.

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