Ma l’intelligenza artificiale non doveva farci lavorare di meno? A quanto pare no. O, almeno, non è questo il risultato che stiamo ottenendo. Lo spiega un articolo del Wall Street Journal, dove si dimostra come l’Ai abbia persino aumentato il carico di lavoro degli esseri umani. I dati provengono da un’analisi della società specializzata ActivTrak, che ha esplorato il workflow di 443 milioni di ore e di 1.111 datori di lavoro, generando una delle analisi più solide per quanto riguarda l’impatto dell’Ai sul mondo del lavoro.
Le ragioni, come vedremo, sono diverse, ma la conclusione condivisa sul Wst è corroborata da altri studi.
Ai e durata delle giornate lavorative
Uno studio pubblicato il mese scorso da Hbr (otto mesi di analisi su come l’Ai generativa ha modificato le abitudini lavorative in un’azienda tecnologica statunitense con circa 200 dipendenti) ha riscontrato che i dipendenti lavoravano a un ritmo più veloce, si assumevano una gamma più ampia di compiti e prolungavano l’orario di lavoro, spesso senza che venisse loro richiesto. Secondo gli autori, l’Ai fa sentire i lavoratori più inclini al multitasking e questo spinge alcuni di loro a iper-performare, in risposta a una società basata sempre piùsui risultati numerici. Per dirlo con le parole di Dean Halonen, co-fondatore e responsabile dei ricavi della startup software Steelhead Technologies, “Quello che stiamo scoprendo è che il lavoro disponibile sembra illimitato. È come se il desiderio sia quello di fare sempre di più, non di tornare a casa a mezzogiorno”.
In altri casi i datori di lavoro intervengono in prima linea.
Uno studio pubblicato lo scorso anno dal Centre for Economic Policy Research riporta che l’intelligenza artificiale sta allungando le giornate lavorative. Qui si dimostra che, immediatamente dopo il rilascio di ChatGPT, le professioni maggiormente esposte all’Ai generativa hanno registrato un aumento delle ore lavorative rispetto ai lavoratori meno esposti a questa nuova tecnologia. “Coloro che svolgevano professioni ad alta esposizione (tra cui analisti di sistemi informatici, consulenti del credito e addetti alla logistica) hanno lavorato circa 3,15 ore in più a settimana”, scrivono i ricercatori. Dati alla mano, passare dal 25% al 75% di esposizione all’Ai genera a circa 2,2 ore di lavoro in più a settimana.
Eppure, le evidenze non smentiscono l’aumento della produttività Com’è possibile?
I due fattori che hanno capovolto le aspettative sull’Ai
In primis, le aziende, ingolosite dall’aumento della produttività, spingono i lavoratori a lavorare di più perché, grazie all’Ai, il rapporto tra ore lavorate e risultato ottenuto è più favorevole rispetto al passato. “Quando l’Ai integra il lavoro umano anziché sostituirlo, il processo rende ogni ora di lavoro più preziosa”, si legge nello studio. I lavoratori, incentivati da una retribuzione legata alla produttività, spesso accettano di prolungare le proprie ore di lavoro a discapito del proprio tempo libero e della vita familiare.
Non a caso, le professioni più esposte all’intelligenza artificiale hanno effettivamente registrato aumenti salariali. Qui avviene una prima rottura: ci si aspettava che una maggiore produttività avrebbe spinto i salari, lasciando invariate le ore lavorate. Se lo aspettava persino John Maynard Keynes che nel saggio “Possibilità economiche per i nostri nipoti” prevedeva che entro il 2030 il progresso tecnologico avrebbe fatto lievitare la produttività al punto da avere una giornata lavorativa di 15 ore. Oggi possiamo dire che la previsione di uno dei più grandi economisti della storia umana era sbagliata, e non di poco.
Gli economisti chiamano questo fenomeno domanda indotta: quando la produttività aumenta, nuove attività tendono ad emergere per riempire il tempo disponibile. Il problema, quindi, non è nella tecnologia quanto nella (artificiosa) necessità di aumentare costantemente la produzione. Già nel 2023, un’analisi dell’Ocse spiegava che l’automazione può ridurre il lavoro necessario per alcune attività, ma i guadagni di produttività possono far aumentare la domanda altrove. È quello che sta accadendo.
Il secondo meccanismo individuato dallo studio è il monitoraggio delle prestazioni basato sull’Ai. In pratica, le professioni con un’elevata esposizione alle tecnologie di sorveglianza basate sull’Ai, come gli addetti al servizio clienti, i magazzinieri, gli autisti di camion e così via, hanno registrato orari di lavoro più lunghi con la diffusione dell’Ai.
Questa dinamica non si è verificata tra i lavoratori autonomi, a conferma che non conta solo la natura della professione svolta, ma anche il fatto che sussista o meno un rapporto di subordinazione. In alcuni ruoli ad alta presenza di Ai sono stati persino introdotti punteggi di prestazione automatizzati, spingendo i dipendenti a impegnarsi maggiormente per non perdere terreno rispetto ai colleghi nelle valutazioni basate su algoritmi. “Il monitoraggio – chiosano i ricercatori – aumenta la supervisione da parte del datore di lavoro e inasprisce le aspettative di prestazione, spesso a scapito dell’equilibrio tra vita professionale e privata”.
Come l’Ai rallenta i lavoratori (anche per colpa nostra)
Spesso i lavoratori sono vittime di sé stesse quando usano l’Ai. In primis, perché, sconcertati dalla rapidità di questa tecnologia, utilizzano i Large language model (Llm) anche quando non servono o sono persino deleteri. Sbagliando gli strumenti, si finisce per aumentare le ore passate al lavoro.
E questo porta all’ultimo punto della questione: l’intelligenza artificiale sbaglia e i lavoratori devono correggerla. Spesso, perdendo più tempo di quanto avremmo impiegato con le tecnologie già esistenti (alcune delle quali già alimentate dall’Ai, che non è solo Llm). In molti casi, paghiamo questi strumenti per allenarli a dare risposte più precise e affidabili. A volte con successo, altre no. Sempre a discapito del tempo lavorativo. Oltre ai programmatori e ai lavoratori sottopagati dell’industria Ai, milioni di persone “lavorano” per le aziende dando in pasto agli Llm dati e correzioni che altrimenti non avrebbe.
Se a questo, si aggiunge l’ipertrofia di Ai, ovvero l’utilizzo di strumenti inutili e controproducenti, il danno si moltiplica.
Se le macchine non sono completamente affidabili (per ora non lo sono), i lavori non possono essere completamente automatizzati. E alcuni lavori non potranno mai esserlo del tutto, nonostante sia confortante pensare il contrario. Intanto, si continua a lavorare. Un po’ con le macchine, un po’ per le macchine. Sempre con meno tempo libero.
Per dirla con Dargen D’Amico “Ai Ai”.