200 mila posti a rischio nel settore bancario europeo: colpa dell’Ai?

Come preservare le competenze umane e la stabilità sociale in un settore che punta a tagliare il 10% della propria forza lavoro?
2 Gennaio 2026
2 minuti di lettura
Banca Europea Investimenti
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L’industria bancaria europea si trova di fronte a un bivio tecnologico che minaccia di ridisegnare radicalmente il concetto di impiego nel settore finanziario entro la fine del decennio. Secondo un’analisi di Morgan Stanley condotta su 35 istituti di credito, l’adozione dell’intelligenza artificiale (Ai) e la spinta verso una digitalizzazione estrema potrebbero mettere a rischio circa 212 mila posti di lavoro entro il 2030, pari al 10% della forza lavoro totale del comparto.

La corsa all’efficienza: costi sotto la lente

La pressione non arriva solo dall’innovazione tecnologica, ma soprattutto dai mercati finanziari. Gli investitori spingono gli istituti europei a trovare nuovi modi per ridurre i costi e migliorare i rendimenti sul capitale (return on equity), che continuano a essere inferiori rispetto ai rivali statunitensi.

In questo scenario, l’Ai non è più una curiosità tecnologica ma un catalizzatore per la ristrutturazione. I tagli più pesanti sono previsti nelle divisioni dei “servizi centrali”, che includono il back-office, il middle-office, la gestione del rischio e le posizioni di compliance. Paesi come Francia e Germania, dove i rapporti costi-ricavi rimangono elevati, saranno tra i più colpiti da questa ondata di automazione.

Il dilemma della formazione

Dal punto di vista della sostenibilità lavorativa, la preoccupazione principale non riguarda solo il numero dei licenziamenti, ma la qualità della preparazione delle future generazioni di banchieri. Conor Hillery, co-amministratore delegato di JPMorgan Chase per l’area Emea, ha lanciato un monito: nella fretta di integrare l’Ai, il rischio è che il personale junior perda la comprensione dei “fondamentali”.

Se l’Ai viene usata per costruire modelli di flussi di cassa o calcolare rapporti prezzo-utile senza che i giovani dipendenti comprendano la logica sottostante, il settore starebbe “accumulando un grosso problema per il futuro”. La sostenibilità del lavoro dipende, in questo senso, dalla capacità di mantenere un equilibrio tra l’efficienza degli algoritmi e la formazione profonda del talento umano.

Prospettive future

Nonostante l’ottimismo degli analisti, come riporta il Financial Times, molti esperti e addetti ai lavori invitano alla cautela. Molte banche soffrono ancora di dati disorganizzati e non standardizzati; senza una pulizia profonda di queste infrastrutture, l’Ai rischia di seguire la vecchia regola del “garbage in, garbage out” (dati spazzatura in ingresso, risultati spazzatura in uscita).

Inoltre, i modelli attuali presentano ancora problemi di “allucinazioni”, dove il software produce con sicurezza informazioni errate o inventa regolamentazioni inesistenti. Questo solleva dubbi sulla sostenibilità di sostituire professionisti della compliance con macchine che, in ultima istanza, non possono assumersi la responsabilità legale degli errori commessi.

Un nuovo contratto sociale per il lavoro finanziario?

Il dibattito si sposta inevitabilmente sull’impatto sociale. Mentre alcuni vedono nell’Ai uno strumento per liberare l’umanità dai compiti più banali, altri temono una polarizzazione della ricchezza verso i “tech bros” e un progressivo svuotamento della classe media professionale.

Alcuni analisti suggeriscono che la vera resilienza lavorativa risieda nel diventare “nativi dell’Ai”, integrando la tecnologia per aumentare la produttività piuttosto che subirla. Tuttavia, resta aperta la questione di come la società gestirà questa transizione: dal reddito di base universale alla necessità di nuove regolamentazioni per evitare che l’efficienza diventi un pretesto per una disoccupazione di massa.

In conclusione, la sostenibilità del lavoro bancario nel 2030 dipenderà meno dalla capacità di calcolo delle macchine e molto più dalla saggezza dei leader nel gestire il capitale umano.

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