“Questa serie è fatta dagli umani”: Vince Gilligan dichiara guerra all’intelligenza artificiale

Il regista di Pluribus attacca "la macchina di plagio più costosa ed energivora al mondo”
16 Gennaio 2026
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Vince gilligan e rhea seehorn
Il regista Vince Gilligan e Rhea Seehorn, l'attrice protagonista di Pluribus (Ipa/Ftg)

“Questa serie è stata fatta da esseri umani”. Una frase secca, semplice, apparentemente banale. Eppure, quando appare nei titoli di coda di Pluribus, la nuova serie di Vince Gilligan su Apple TV+, assume il peso di una dichiarazione di guerra. Non contro un nemico qualsiasi, ma contro l’intelligenza artificiale e il modo in cui sta trasformando l’industria dell’intrattenimento.​

Il regista, sceneggiatore e produttore televisivo, già padre di Breaking Bad e Better Call Saul, ha scelto di inserire la scritta “This show was made by humans” nella sezione dei ringraziamenti speciali, subito dopo l’avviso sulla presenza di addestratori di animali sul set. Una posizione netta in un momento in cui Hollywood si divide tra chi abbraccia l’Ai come opportunità e chi la vede come minaccia alla creatività umana e al proprio lavoro.

“La macchina di plagio più costosa al mondo”

Intervistato dal magazine americano Variety, Vince Gilligan ha ribadito la sua posizione senza mezzi termini: “I hate Ai”, “Odio l’Ai”. Per il regista l’intelligenza artificiale non rappresenta innovazione ma sfruttamento: “È la macchina di plagio più costosa ed energivora del mondo”, continua Gilligan che definisce il boom dell’Ai “una colossale montatura” orchestrata da centimiliardari il cui unico obiettivo è diventare i primi triliardari del pianeta.​ A loro rivolge un appello diretto: “Thank you, Silicon Valley! Yet again, you’ve f***ed up the world”, ovvero “Grazie, Silicon Valley! Ancora una volta, hai incasinato il mondo”. 

Il regista e produttore televisivo statunitense ha paragonato la produzione generata dall’Ai a “una mucca che rimastica il suo bolo, un ciclo infinito di assurdità rigurgitate”.

Le sue parole arrivano dopo le critiche mosse dal settore e dai consumatori alle produzioni come Late Night with the Devil e Secret Invasion che hanno utilizzato immagini generate da Ai, alimentando un dibattito sempre più acceso sull’autenticità dell’arte. Sul punto, giova ricordare che l’11 novembre il tribunale di Monaco ha condannato OpenAi per violazione del copyright in ambito musicale. Una vicenda dai contorni sfumati, dove l’interpretazione delle norme e dei vuoti normativi è spesso decisiva. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Angelo Greco qui.

Nessun dubbio invece per Vince Gilligan, che va dritto al punto: “Non ho mai usato ChatGpt e non lo farò mai”.​

Cosa perdiamo quando deleghiamo alle macchine

Dietro la presa di posizione del regista c’è una riflessione più profonda sul valore della creatività umana. “Chiunque rinunci a dipingere, fare musica o scrivere sta sacrificando una parte di sé stesso”, ha spiegato il creatore di Pluribus in un’intervista a Deadline. Se si sceglie di permettere a una macchina di svolgere quei compiti al nostro posto, si sta rinunciando a qualcosa di prezioso: “Stai perdendo la tua agency, per usare un termine da Pluribus, che non è più sotto il tuo controllo”.​

Il riferimento alla “agency” non è casuale. Pluribus, disponibile su Apple TV+, racconta la storia di Carol Sturka, interpretata da Rhea Seehorn, un’autrice di Albuquerque che scopre di essere una delle dodici persone sulla Terra immuni a un virus extraterrestre capace di trasformare l’umanità in un’unica mente collettiva, euforica e obbediente.

L’idea, concepita da Gilligan oltre dieci anni fa, esplora proprio il lato oscuro della perdita di individualità in nome di una “felicità” forzata.​ Il regista precisa che la sua concezione della serie precede il boom dell’Ai nonostante l’evidente analogia tra un virus che cancella l’individualità e una tecnologia che minaccia di standardizzare la creatività.​

Hollywood tra scioperi e attori sintetici

La battaglia di Gilligan si inserisce in un contesto più ampio. Nel 2023, attori e sceneggiatori di Hollywood hanno scioperato per mesi anche per protestare contro l’uso dell’Ai in film e serie tv, uno sciopero che ha devastato l’industria. Nonostante questo, le major come Disney e NBCUniversal continuano a navigare tra cause legali contro aziende di Ai accusate di violare copyright e l’uso della tecnologia in varie forme di produzione.​

La comparsa di figure digitali come Tilly Norwood, l’“attrice” sintetica che ha riacceso il dibattito sulla sostituzione degli interpreti reali, dimostra quanto il fenomeno sia ormai presente. Eppure, secondo Business Insider, che cita dati della società di marketing Collabstr, persino i brand stanno raffreddando l’entusiasmo verso “attori” Ai o influencer generati artificialmente.

Una scelta culturale, non solo tecnologica

A differenza di altri scenari apocalittici sull’Ai, la sua preoccupazione riguarda qualcosa di più concreto: la perdita di ciò che rende gli esseri umani tali.​ “Cosa c’è di più importante dell’essere creativi?”, si chiede il regista. Una domanda che assume particolare rilevanza in un’epoca in cui startup di Ai e aziende di effetti speciali promettono agli studi nuovi modi per tagliare i costi di produzione.​

La sfida lanciata dal creatore di Breaking Bad pone una domanda che va oltre il piccolo e il grande schermo: siamo disposti a sacrificare la nostra capacità creativa sull’altare dell’efficienza tecnologica? Oppure esistono ambiti dove l’imperfezione umana, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, resta l’unica forma autentica di espressione?

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