Il 35% degli under 30 è pronto a espatriare

Il dato nel sondaggio Ipsos per Fondazione Barletta: l’85% considera lasciare l’Italia per lavorare “più gratificante” che rimanere
9 Luglio 2024
3 minuti di lettura
Giovane Donna Valigia

“Salari più alti” e “opportunità di lavoro migliori” sono le motivazioni per le quali il 35% dei giovani italiani sotto i 30 anni sarebbe disposto ad espatriare. Questo è il dato che emerge in anteprima dallo studio realizzato dall’Ipsos per la Fondazione Barletta, anticipato da “IlSole24Ore”. Si tratta di un dato triste che pone i giovani del Bel Paese a lasciare i propri affetti e il proprio territorio perché, forti di titoli di studio che gli consentirebbero lavori migliori all’estero, scelgono la strada della “fuga”.ù

Farebbero l’ingegnere, il medico, il ricercatore scientifico, il professore universitario, o ancora il tecnico informatico e il chimico, qualsiasi lavoro, ma all’estero, solo per avere un futuro più soddisfacente. E non è poco se si considera che l’Italia ha dei traguardi preoccupanti tra Neet, cioè coloro che non studiano e non lavoro o giovani donne inoccupate o precarie.

Fuga all’estero: ma perché?

Almalaurea riporta i dati dei laureati italiani che lavorano all’estero, sostenendo che la media dello stipendio netto mensile ammonta a 2.174 euro. Numero che corrisponde al 56,1% in più della media italiana. Inoltre, il 41,3% delle persone che lavorano da un anno all’estero ottiene un indeterminato e la percentuale sale al 52,1% dopo cinque anni.

Dallo studio Ipsos, inoltre, è emerso che su un campione di 1.200 under30, ben l’85% dei giovani intervistati considererebbe di trasferirsi lontano da casa per un lavoro più gratificante. Solo una piccola minoranza, il 15%, non intende spostarsi. Non solo in cerca di opportunità salariali migliori, quindi, ma anche di una gratificazione che fa della GenZ e dei Millennials delle categorie di lavoratori sempre più incompresi dai colleghi Baby boomer.

Non sorprende quindi il dato Istat secondo il quale, tra il 2008 e il 2022, circa 525mila giovani hanno lasciato il paese per cercare fortuna all’estero, e solo un terzo di questi è poi tornato in Italia.

Quali conseguenze?

Le previsioni Istat considerano, entro il 2040, un calo di 5,4 milioni di lavoratori che uscirà dal mercato, con un potenziale calo del Pil del 13%.

E anche se il 74% dei giovani si reputa felice della propria vita, solo due su cinque hanno una visione positiva del futuro e il 71% giudica la propria vita abbastanza o molto distante dal suo ideale. È per questo motivo che sono cambiati nel corso dei decenni i fattori per i quali i giovani si considerato realizzati personalmente: salute (34%), famiglia (32%) e vita affettiva (27%), seguita da denaro (22%) e lavoro (21%).

E ciò comporta anche che un giovane italiano impieghi 12 anni in più di un suo coetaneo svedese per lasciare la casa dei genitori. O che ancora, solo il 31,6% riponga una qualche forma di fiducia nei partiti politici nazionali.

Ma soprattutto, ciò comporta una questione demografica: il 28% dei giovani intervistati in un sondaggio Coop dello scorso anno vorrebbe avere figli, ma ha dichiarato che ciò non sarà possibile per difficoltà di vario genere, principalmente di ragione economica.

Salario minimo: ma quale?

Il tema del “salario minimo” torna quindi più attuale che mai. La sua introduzione in Italia dovrebbe essere prevista dal recepimento di una direttiva della Commissione europea, definitivamente approvata lo scorso 14 settembre 2022, che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni dalla sua entrata in vigore.

Ma quale dovrebbe essere? Un salario minimo può essere stabilito per legge e divenire “salario minimo legale”, così come può nascere dalla contrattazione collettiva nazionale o dalla combinazione di fonti normative e contrattuali. Attualmente, il salario minimo esiste (più o meno) in tutti gli Stati membri dell’Ue: in 21 Paesi esistono salari minimi legali, mentre in 6 Stati membri (Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) la protezione del salario minimo è fornita esclusivamente dai contratti collettivi.

Nello specifico, i primi quattro Paesi con il salario minimo per ora di lavoro più sono Lussemburgo (14,86 euro), Paesi Bassi (13,27 euro), Irlanda (12,70 euro) e Germania (12,41 euro). I quattro Paesi con il salario minimo più basso sono viceversa Bulgaria (2,85 euro), Romania (3,99 euro), Ungheria (4,02 euro) e Lettonia (4,14 euro).

“Tra i progetti di legge che istituivano il salario minimo legale, alcuni lo fissavano direttamente nel testo della legge, prevedendone l’aggiornamento in base all’indice dei prezzi, previo accordo tra organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro o la loro partecipazione ad una commissione istituita ad hoc – spiega una nota della Camera -. In altri casi, il progetto di legge rinviava la determinazione del salario minimo legale e il suo aggiornamento ad un decreto attuativo, emanato dopo aver consultato le parti sociali o ad una commissione rappresentativa delle parti sociali, indicandone tuttavia i parametri di base – e conclude -. La commissione 11° del Senato ha avviato l’esame congiunto dei citati progetti di legge e disposto un ciclo di audizioni, senza tuttavia concludere l’attività istruttoria”.

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