La tematica della parità retributiva, sancita anche dall’articolo 37 della Costituzione, uno dei principali fattori che alimentano le disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro, è tornata al centro del dibattito parlamentare. Il Consiglio dei ministri del 5 febbraio ha approvato in via preliminare un decreto legislativo di attuazione della Direttiva Ue 2023/970, volta a rafforzare il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per lo stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, attraverso la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Si tratta di un passo avanti necessario che dovrebbe aprire la strada al cambiamento anche negli altri ambiti professionali in cui il divario di genere persiste: dalle carriere spesso più discontinue al limitato accesso ai ruoli apicali, che continua a penalizzare molte lavoratrici.
Il contenuto del provvedimento
Trasparenza, informazione, prevenzione sono i criteri fondanti del decreto legislativo approvato dal Governo, che introduce misure finalizzate a rafforzare la trasparenza dei livelli distributivi e a contrastare le disparità salariali ingiustificate, applicabili sia ai lavoratori del settore pubblico che privato. Il testo del provvedimento individua i presupposti sulla base dei quali i lavoratori possono essere comparati ai fini della parità retributiva. In questo senso, la contrattazione collettiva viene presa come riferimento unitario per classificare le mansioni e i trattamenti economici, assicurando l’applicazione di criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere. Il cambio di paradigma non riguarda soltanto le discriminazioni retributive, ma impone ai datori di lavoro la trasparenza e verificabilità dei regimi salariali applicati.
A partire dalla fase di accesso al lavoro, il datore di lavoro ha l’obbligo di indicare la retribuzione iniziale e non può chiedere informazioni sulla storia salariale del candidato. Per i dipendenti già assunti il decreto riconosce il diritto di informazione sul proprio livello retributivo e quelli medi altrui, relativamente alle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Rispetto al genere, viene, inoltre, stabilito che i sistemi di determinazione delle retribuzioni siano fondati su criteri oggettivi e neutrali, basati sulle competenze, sull’impegno, sulle responsabilità e sulle condizioni di lavoro. Infine, in caso di presenza di una differenza retributiva di almeno il 5% tra lavoratore e lavoratrice, il datore di lavoro è tenuto a fornire una motivazione ed è previsto il coinvolgimento delle parti sociali e dell’Ispettorato del lavoro per eliminare tale divario. A completare l’impianto normativo, viene istituito presso il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali un organismo di monitoraggio con funzione di raccolta, analisi e pubblicazione dei dati sul divario retributivo di genere.