Nanoplastiche nel corpo umano, la soluzione arriva dal kimchi?

I batteri contenuti lo rendono ricco di probiotici naturali
31 Marzo 2026
4 minuti di lettura
Kimchi assorbe nanoplastiche dall'intestino
Un piatto di kimchi e un campione di nanoplastiche (Canva)

Secondo le stime del Wwf, ogni settimana ingeriamo una quantità di plastica equivalente a una carta di credito (circa 5 grammi). Invisibili, inodori, incolori le micro e nanoplastiche sono ormai ovunque: nell’acqua che beviamo, nel cibo che mangiamo, nell’aria che respiriamo.

Una volta entrate nel corpo, queste particelle attraversano la barriera intestinale e si accumulano in organi come reni, cervello e arterie. Gli scienziati stanno cercando strategie di rimozione efficaci applicabili sia all’ambiente che all’intestino, ma non esiste ancora una strategia concreta per eliminare queste particelle generate dalla degradazione dei materiali plastici.

Una nuova speranza in tal senso arriva dallo studio pubblicato su Bioresource Technology dal World Institute of Kimchi, secondo cui il kimchi (piatto coreano) può assorbire le nanoplastiche presenti nell’organismo umano con una capacità straordinaria.

Cos’è il kimchi

Il kimchi è uno dei piatti più iconici della cucina tradizionale coreana, preparato e consumato in Corea da oltre duemila anni. Si tratta di un piatto fermentato a base di cavolo cinese (detto anche cavolo napa), ravanelli, aglio, zenzero, peperoncino rosso e sale, che durante il processo di fermentazione — da pochi giorni a diverse settimane — sviluppa una colonia di batteri lattici naturali che gli conferiscono il caratteristico sapore pungente e piccante.

Questi batteri, in particolare i Leuconostoc e i Lactobacillus, rendono il kimchi un alimento ricco di probiotici naturali. Da tempo la letteratura scientifica associa questo piatto a benefici su flora intestinale, sistema immunitario, colesterolo e processi infiammatori.

Ora, lo studio condotto dal WiKim aggiunge un capitolo inedito: i batteri del kimchi possono intercettare le nanoplastiche nell’intestino e favorirne l’espulsione dal corpo.

Lo studio del WiKim

Lo studio firmato dai ricercatori Sehee Lee e Tae Woong Whon identifica un batterio lattico isolato dal kimchi — il Leuconostoc mesenteroides CBA3656 — capace di legarsi fisicamente alle nanoplastiche di polistirene nell’intestino e di favorirne l’espulsione attraverso le feci.

Il meccanismo descritto è quello dell’adsorbimento: il batterio aggancia sulla propria superficie le particelle di plastica, impedendo che vengano assorbite dall’organismo e accompagnandole verso la via d’uscita. I ricercatori spiegano che non si tratta di una reazione chimica che dissolve la plastica, bensì di una reazione fisica di intercettazione e trasporto.

“L’inquinamento da plastica è sempre più riconosciuto non solo come un problema ambientale ma anche come una questione di salute pubblica”, ha dichiarato la dottoressa Sehee Lee, responsabile dello studio. “I nostri risultati suggeriscono che i microrganismi derivati da alimenti fermentati tradizionali potrebbero rappresentare un nuovo approccio biologico per affrontare questa sfida emergente”.

Capacità di adsorbimento del 57%

In condizioni di laboratorio standard, il ceppo CBA3656 ha mostrato una capacità di adsorbimento dell’87%. Il dato più significativo, però, è che in una soluzione che riproduce le condizioni dell’intestino umano — con la sua acidità, i suoi enzimi digestivi e i suoi sali biliari — il batterio ha registrato un’efficacia del 57%. È questo il risultato che trasforma un risultato di laboratorio in una scoperta che potrebbe essere molto importante per la salute umana.

La differenza con il ceppo di confronto utilizzato dai ricercatori, il Latilactobacillus sakei CBA3608, è abissale: nelle stesse condizioni intestinali, quest’ultimo ha fatto registrate una capacità di adsorbimento pari al 3%. In pratica, il batterio del kimchi è quasi venti volte più efficace.

Negli esperimenti su topi privi di germi — allevati in assenza di qualsiasi microbioma intestinale per isolare l’effetto del singolo ceppo — i topi trattati con CBA3656 hanno eliminato nelle feci più del doppio delle nanoplastiche rispetto al gruppo di controllo.

Le nanoplastiche nelle feci

Lo studio condotto dal World Institute of Kimchi, istituto di ricerca governativo coreano che opera sotto il ministero della Scienza e dell’Ict, dimostra che il batterio CBA3656 intercetta le nanoplastiche prima che vengano assorbite dall’intestino per poi espellerle. Più nanoplastiche nelle feci significa meno nanoplastiche che passano nel sangue, nei reni, nel cervello.

La ricerca assume particolare rilevanza se letta insieme ai recenti studi che hanno trovato microplastiche in luoghi insospettabili: nella placenta, nel tessuto cardiaco e — secondo uno studio italiano dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” pubblicato sul New England Journal of Medicine — anche nelle placche aterosclerotiche, con un aumento statisticamente significativo del rischio di ictus e infarto nei pazienti con placche contaminate.

Come le nano, anche le microplastiche sono particelle generate dalla degradazione di materiali plastici, ma con una dimensione maggiore (tra 1 micrometro e 5 millimetri, nanoplastiche <1 micrometro). Le nanoplastiche sono biologicamente più pericolose proprio perché, essendo più piccole, riescono ad attraversare barriere biologiche che fermano le microplastiche: la barriera intestinale, quella emato-encefalica, la placenta e il tessuto cardiaco.

I limiti dello studio

Sarebbe sbagliato leggere questi risultati come una soluzione definitiva. Lo studio presenta limitazioni importanti che i ricercatori stessi riconoscono. Prima di tutto, gli esperimenti riguardano specificamente le nanoplastiche di polistirene: non è detto che la stessa efficacia si replichi con altri tipi di plastica, che in natura esistono in decine di varianti chimiche diverse. Secondo, i risultati in vivo riguardano topi germ-free, un modello sperimentale volutamente semplificato che non replica la complessità del microbioma intestinale umano. Terzo, gli studi sull’uomo non sono ancora stati condotti.

Verso nuovi probiotici anti-plastica?

La vera portata dello studio non è dimostrare che mangiare kimchi risolve il problema delle nanoplastiche nell’organismo. È dimostrare per la prima volta, con rigore sperimentale, che esiste un meccanismo biologico attraverso cui batteri derivati da alimenti fermentati possono intercettare microinquinanti ambientali nell’intestino e favorirne l’espulsione, aprendo una prospettiva di ricerca completamente nuova.

Se questo meccanismo verrà confermato negli studi sull’uomo — e se si troverà il modo di veicolare il ceppo CBA3656 in forma di probiotico standardizzato — si aprirebbe una frontiera inaspettata nella medicina preventiva.

La risposta a uno dei veleni più pervasivi della modernità potrebbe venire da un piatto di cavolo fermentato che i coreani preparano da più di duemila anni.

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