Si chiama Moya, ha la pelle tiepida come quella di un bambino, ti guarda negli occhi con un movimento impercettibile delle pupille ed è un robot. Anche se, quando lo tocchi, non senti il tipico freddo del metallo, ma un calore vivo, risultato di una temperatura mantenuta tra i 31 e i 35 gradi Celsius.
Moya è il nuovo robot umanoide presentato dalla startup cinese DroidUp nella Zhangjiang Robotics Valley di Shanghai. Definirlo semplicemente macchina è riduttivo anche perché Moya ha una camminata simile a quella degli esseri umani e, soprattutto, è in grado di interagire intelligentemente nell’ambiente in cui si trova. È in grado di capire quando è il momento di accennare un sorriso, di reagire a a una battuta, di mantenere il contatto visivo con l’interlocutore.
Insomma, Moya rappresenta il tentativo più avanzato di superare la barriera biologica tra uomo e artificiale, incarnando il concetto di robotica biomimetica. E per questo fa anche paura.
Caratteristiche tecniche di Moya: perché sembra umano
Moya è alto 1,65 metri, pesa 32 kg e rispetta le proporzioni anatomiche umane. A differenza dei modelli precedenti, spesso goffi o palesemente meccanici, questo robot con intelligenza artificiale punta sull’iperrealismo sensoriale. Queste sono le principali caratteristiche “umane” replicate da DroidUp:
- Pelle termoriscaldata: la sua pelle sintetica integra un sistema di regolazione termica che simula la temperatura corporea umana (31-35°C), un dettaglio cruciale per abbattere le barriere psicologiche durante l’interazione;
- Micro-espressioni facciali: il volto replica movimenti muscolari sottili, permettendo una comunicazione non verbale fluida;
- Contatto visivo attivo: telecamere ad alta definizione negli occhi mantengono lo sguardo sull’interlocutore, seguendolo con naturalezza;
- Movimento fluido: grazie a “muscoli” e tendini artificiali, DroidUp dichiara una precisione del passo simile a quella umana al 92%, con un consumo energetico ridotto del 25% rispetto ai sistemi rigidi tradizionali.
L’azienda non ha ancora annunciato il prezzo di lancio, ma punta a mettere il robot sul mercato entro la fine del 2026. L’obiettivo dichiarato dalla startup cinese è l’impiego di Moya in settori ad alto impatto emotivo: assistenza agli anziani, educazione e supporto sanitario.
L’impatto sulla robotica: addio alla teoria dell’Uncanny Valley?
L’arrivo di Moya segna un punto di svolta tecnologico e psicologico. Fino a oggi, la robotica si è scontrata con la “Uncanny Valley” (traducibile come “zona perturbante”), teorizzata da Masahiro Mori: più un robot assomiglia a un umano senza esserlo perfettamente, più genera repulsione. Moya sembra progettato per saltare questo ostacolo, entrando in una zona dove la distinzione tra vivo e artificiale diventa molto sfumata.
Già nel 2020, uno studio dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit), pubblicato su Science Robotics, dimostrava che il cervello umano attiva pattern neurali specifici quando attribuisce intenzionalità a un robot. Lo studio è stato condotto dal gruppo di ricerca “Social Cognition in Human-Robot Interaction” dell’Iit di Genova, coordinato da Agnieszka Wykowska, al fine di comprendere la cognizione sociale degli esseri umani quando si relazionano con agenti artificiali, come i robot umanoidi.
Se la macchina ci guarda, sorride e ha la pelle calda, tendiamo a “umanizzarla”. Non per una scelta consapevole, ma perché la nostra biologia ci porta a ‘empatizzare’ con l’altro se riconosce caratteristiche simili a quelle umane. Uno scenario inedito per l’interazione uomo-robot: se non si limitano a eseguire compiti, ma influenzano le nostre risposte emotive profonde, possiamo ancora parlare di semplici macchine?
La risposta, per ora, dipende anche dai singoli individui. In uno studio precedente, infatti, Wykowska e il suo gruppo di ricerca hanno osservato che alcuni individui sono più propensi ad attribuire intenzionalità ai robot; mentre altri sono più propensi a descrivere i robot in modo puramente meccanicistico.
Robot empatici o illusioni affettive?
Se Moya è il capostipite di una nuova generazione di “macchine umane”, dobbiamo interrogarci sul futuro delle relazioni sociali. Stiamo costruendo surrogati affettivi per una società sempre più sola?
In questo caso, il rischio è duplice: quello di creare un’empatia a senso unico e quello di diffondere ulteriormente i disagi affettivi già esistenti nelle società moderne.
Potremmo affezionarci a simulacri che offrono un riflesso rassicurante e controllabile, privo delle complessità delle relazioni umane. Sembra uno scenario distopico, e invece è già reale: a dicembre, una 32enne giapponese ha sposato un uomo creato con l’intelligenza artificiale plasmato da lei stessa su ChatGpt dopo una relazione (vera) finita male.
Per approfondire: E vissero felici e connessi: 32enne giapponese sposa un “uomo” creato dall’Ai
Diverse ricerche, tra cui quella condotta dall’Università Cattolica di Milano, evidenziano come l’interazione con robot che sembrano umani possa generare frustrazione e depressione negli utenti vulnerabili quando l’illusione si infrange.
L’”umanità” di Moya dovrebbe far riflettere. Se un robot può stringerci la mano e scaldarla, quanto ci importa che il suo cuore sia di silicio? La tecnologia ha dato la sua risposta. Quella etica è ancora tutta da scrivere.