Dal diamante da 14mila euro al licenziamento: il tribunale reintegra la dipendente

Sono 2 milioni e 68 mila le donne che hanno subito molestie o ricatti per ottenere un lavoro o un avanzamento di carriera
16 Febbraio 2026
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Molestie lavoro canva

L’infatuazione del capo, le avances, un regalo importante per il compleanno e, infine, il licenziamento. La vicenda ha inizio nel 2025 all’interno di una clinica privata, dove quello che inizialmente appariva come un interesse personale del titolare nei confronti di una dipendente si è trasformato in un incubo professionale.

Il medico, legale rappresentante della struttura, ha intrapreso un corteggiamento serrato fatto di messaggi romantici, fiori e apprezzamenti costanti. Il culmine di questa pressione emotiva è stato raggiunto in occasione del compleanno della donna, quando l’uomo le ha consegnato un diamante del valore di 14mila euro. Nonostante il tentativo della lavoratrice di restituire il prezioso gioiello, non ricambiando i sentimenti, il medico aveva inizialmente insistito affinché lo tenesse come “segno di affetto”, indipendentemente dalla reciprocità del legame.

Dalle rose al licenziamento: la ritorsione e la sentenza

La benevolenza del datore di lavoro ha avuto vita breve. Non appena è apparso chiaro che il rifiuto della donna era definitivo, come riportato dal Corriere della Sera, l’atmosfera idilliaca si è bruscamente trasformata in una ritorsione professionale: a giugno la dipendente è stata licenziata con la scusa di un presunto disguido legato alle ferie. Il giudice Giorgio Flaim, del Tribunale civile di Trento, ha però smascherato la manovra, definendola una reazione punitiva contro l’esercizio del diritto all’autodeterminazione affettiva della donna. Agli atti è finito anche l’ultimo, glaciale messaggio dell’uomo: “Riportami il gioiello domani se per te non significa niente”.

La sentenza ha dichiarato il licenziamento nullo in quanto discriminatorio, ordinando l’immediato reintegro della lavoratrice e la condanna della clinica al pagamento degli stipendi arretrati e dei contributi dal giugno 2025.

Molestie sul lavoro

Il caso di Trento non è un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro statistico allarmante delineato dall’ultima Indagine sulla sicurezza dei cittadini dell’Istat (2022-2023). Secondo i dati, sono circa 2 milioni e 68 mila le donne (pari al 15% della popolazione femminile tra i 15 e i 70 anni) che nel corso della propria vita lavorativa hanno subito molestie o ricatti per ottenere un lavoro e/o avere un avanzamento di carriera. Il fenomeno colpisce con particolare violenza le più giovani: il 21,2% delle ragazze tra i 15 e i 24 anni e il 18,9% delle 25-34enni ne sono state vittima. Nonostante la gravità, la maggior parte delle donne (87,7%) non denuncia i ricatti subiti e, nel 12,6% dei casi verificatisi negli ultimi tre anni, l’esito del rifiuto è stato proprio il licenziamento o la mancata assunzione.

La legge e la tutela della dignità sul lavoro

La giurisprudenza è sempre più ferrea nel sanzionare questi comportamenti, stabilendo che per configurare il reato di violenza sessuale non serve un rapporto completo, ma bastano palpate o toccamenti indesiderati di zone considerate erogene. Il datore di lavoro ha l’obbligo contrattuale di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti; se abusa della sua posizione per imporre avances, può rispondere di violenza privata o mobbing. Recenti sentenze, come quella della Corte d’Appello di Torino, hanno confermato che anche un singolo bacio non voluto giustifica il licenziamento in tronco del molestatore, ribadendo che la testimonianza della vittima può costituire prova piena se coerente e plausibile. In questo contesto, la decisione del Tribunale di Trento riafferma che il consenso non è una gentilezza opzionale, ma un confine invalicabile protetto dalla legge.

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