L’eccellenza che scappa, un dottorando su 10 lavora all’estero

La metà di chi lavora all'estero guadagna più di 3.500 euro netti al mese
12 Marzo 2026
2 minuti di lettura
Dottoranda ricercatrice canva

Il titolo di Dottore di Ricerca (PhD) in Italia si conferma una garanzia di occupazione, ma anche un “biglietto di sola andata” per molti dei nostri talenti più brillanti. Secondo l’ultimo report Istat 2025, se da un lato il tasso di impiego sfiora il 100%, dall’altro un dottore di ricerca su dieci (10,4%) sceglie di lavorare all’estero.

Non è solo una questione di mancanza di opportunità, ma di valorizzazione: chi varca i confini lo fa per stipendi nettamente più alti e ruoli più coerenti con il proprio percorso di studi.

Occupazione ai massimi, ma l’Italia resta indietro in Europa

I dati mostrano un quadro di grande vitalità: a distanza di 4-6 anni dal conseguimento del titolo, il 96,1% dei dottori di ricerca è occupato. Si tratta di un valore altissimo, superiore di oltre 30 punti rispetto alla media nazionale della popolazione tra i 15 e i 64 anni.

Tuttavia, l’Italia produce ancora “pochi” ricercatori rispetto ai partner europei: i dottori di ricerca sono solo lo 0,4% della popolazione, un dato che ci vede al 22esimo posto tra i 27 Paesi dell’Ue, lontanissimi dalla Germania (1,4%) e dalla media europea (0,8%). Ogni anno, le università italiane sfornano circa 16.000 nuovi dottori.

La “fuga” dei cervelli: dove vanno e perché?

La scelta di lasciare l’Italia è dettata da motivazioni concrete. Tra i dottori che lavorano all’estero:

  • L’81,7% cerca un lavoro più adeguato alla propria professionalità.
  • Il 73,7% è attratto da retribuzioni migliori.

Il divario economico è impressionante: la metà di chi lavora all’estero guadagna più di 3.500 euro netti al mese, una cifra che in Italia viene raggiunta solo dal 7,4% dei colleghi. Le mete preferite? Germania (13,7%), Stati Uniti (13,2%) e Francia (11,8%), mentre il Regno Unito perde il primato storico a causa della Brexit.

Il mercato del lavoro: tra “Pubblico” e “Privato”

Un’ombra, però, persiste sulla categoria: la precarietà. Il 34,4% dei dottori ha un contratto a tempo determinato. Il settore pubblico assorbe la maggior parte delle risorse (63,7%), con le università che impiegano il 43,2% dei professionisti. Cresce però l’interesse del settore privato, dove lavora il 36,3% dei dottori, con l’industria che traina le assunzioni, specialmente per chi proviene da aree Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).

Il “Gender Gap” nella ricerca

Le donne rappresentano esattamente la metà dei dottori di ricerca (50,1%), ma la distribuzione per discipline è profondamente sbilanciata:

  • Area medico-sanitaria: 64% donne.
  • Informatica e Ict: meno del 20% donne.

Anche nelle carriere si osservano differenze: le donne occupano più spesso posizioni tecnico-amministrative nelle università (12,1% contro il 6,8% degli uomini) e hanno una presenza minore nei ruoli di ricercatore in tenure track.

Il Sud che si sposta al Nord

Oltre alla mobilità internazionale, il report evidenzia una forte migrazione interna. Quasi il 60% dei dottori provenienti da Molise, Basilicata e Calabria lascia la propria regione. Di chi si sposta dal Mezzogiorno, il 39,1% va verso il Nord Italia e il 20,4% sceglie direttamente l’estero.

Soddisfatti o delusi?

Il grado di soddisfazione del percorso intrapreso resta alto, pari al 61,6% dei dottori che si dichiara soddisfatto. Tuttavia, preoccupano le prospettive future: quasi la metà (50%) si dichiara poco o per nulla soddisfatto delle possibilità di carriera in Italia. Non a caso, il 36,7% degli intervistati dichiara che, se tornasse indietro, non è sicuro che sceglierebbe di rifare il dottorato.

I dati Istat, riferiti al 2025, ci consegnano un’immagine dell’Italia come una fabbrica di talenti eccellenti che il sistema economico nazionale fatica a trattenere e remunerare adeguatamente. Se l’alto tasso di occupazione è un segnale positivo, la fuga verso l’estero per stipendi doppi resta il principale nodo da sciogliere per non disperdere un capitale umano fondamentale per l’innovazione del Paese.

Persone | Altri articoli