L’Onu avverte: “Dobbiamo dire addio al Pil o sarà un disastro planetario”

Un nuovo gruppo di esperti mira a ridefinire gli indicatori economici per la sostenibilità
9 Febbraio 2026
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Guterres antonio ipa ftg
Il segretario Antonio Guterres nella sede delle Nazioni Unite (Ipa/Fotogramma)

Il Prodotto interno lordo di un Paese non può essere l’indicatore del benessere dei suoi cittadini. Bisogna trasformare l’economia globale per smettere di premiare l’inquinamento e lo spreco. È questo il monito lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, il quale ha avvertito che gli attuali “sistemi contabili” stanno spingendo il pianeta sull’orlo del disastro.

Il limite di una misura obsoleta

Secondo Guterres, è diventato urgente superare il Prodotto interno lordo (Pil) come unico parametro del progresso umano. “Dobbiamo attribuire il vero valore all’ambiente e andare oltre il Pil come misura del progresso e del benessere umano. Non dimentichiamo che quando distruggiamo una foresta, creiamo Pil. Quando peschiamo eccessivamente, creiamo Pil”, ha spiegato il segretario Onu al Guardian.

Questa metrica, secondo Guterres, indica “il costo di tutto, ma il valore di nulla“. In altre parole: le decisioni finanziarie non possono più basarsi su una mera istantanea di profitti e perdite, poiché il mondo non è una “gigantesca multinazionale”.

Un gruppo di esperti contro la “tripla crisi planetaria”

Per rispondere a questa crisi, l’Onu ha istituito un gruppo di esperti incaricato di ideare nuovi indicatori che tengano conto del benessere umano, della sostenibilità e dell’equità. Tra i membri figurano il premio Nobel Joseph Stiglitz, il famoso economista indiano Kaushik Basu e l’esperta di azioni Nora Lustig.

Il gruppo sostiene che la necessità di una trasformazione economica sia diventata impellente dopo gli choc globali degli ultimi due decenni, dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia di Covid-19. Questi eventi sono stati aggravati da quella che è stata definita come la “tripla crisi planetaria“, alias: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento.

Disuguaglianza e crescita

Il Nobel Basu ha evidenziato come le nazioni siano “bloccate nel gioco di battere gli altri in termini di Pil”, ignorando la sostenibilità e il benessere dei cittadini comuni. Questa rincorsa alla crescita, anche quando i nuovi redditi vanno a beneficio di pochi, sta alimentando un iper-nazionalismo, disuguaglianza e polarizzazione.

La professoressa Lustig ha aggiunto che la crescita economica può coesistere con povertà, esclusione e violazioni dei diritti umani, tutti fattori che rimangono “ampiamente invisibili nei conti economici convenzionali”. L’obiettivo del gruppo non è sostituire il Pil, ma integrarlo per valutare se lo sviluppo stia effettivamente migliorando la vita delle persone e salvaguardando il futuro.

Verso nuovi modelli

Il dibattito su come creare strutture economiche compatibili con il pianeta è in fermento. Tra le proposte figurano:

  1. l’economia della ciambella (detta anche “doughnut economics”), ideata dall’economista inglese Kate Raworth, propone un modello di sviluppo che bilancia il soddisfacimento dei bisogni sociali con il rispetto dei limiti ecologici del pianeta;b
  2. l’economia del benessere che mette al centro il miglioramento della qualità della vita e la felicità collettiva, invece di limitarsi a misurare solo la produzione di beni e servizi. Il suo obiettivo è promuovere una società più equa e sostenibile, dove il successo di una nazione si valuta non solo attraverso il PIL, ma in base a quanto realmente giova al benessere umano, alla salute dell’ambiente e a una distribuzione della ricchezza più giusta
  3. la “decrescita“: sostenuta dall’economista politico Jason Hickel, propone una riduzione pianificata delle forme di produzione dannose nei Paesi ricchi a favore di settori socialmente utili come le energie rinnovabili e la sanità.

Secondo Hickel, il dominio del Pil non è casuale: “Misura ciò che è prezioso per il capitale”. Per un vero cambiamento, sostiene l’esperto, è necessario democratizzare il controllo sulla produzione per decidere cosa produrre e per chi. Con il 73% dei ricercatori sulle politiche climatiche che sostiene posizioni post-crescita, il superamento del Pil sembra non essere più solo una teoria, ma una necessità di sopravvivenza.

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