Davvero il nostro corpo contiene micro e nano plastiche? Negli ultimi anni, decine di studi hanno segnalato la presenza di queste particelle in organi vitali del corpo umano. Dal cervello al cuore, passando per la placenta o nei testicoli: la presenta di sostanza nocive rintracciata nei nostri organi e rilevata in diversi studi ha creato preoccupazioni per la salute pubblica.
Tuttavia, un’inchiesta del Guardian ha raccolto i crescenti dubbi di molti scienziati sulla validità di queste ricerche, suggerendo che molti dei risultati ottenuti siano stati distorti da errori metodologici.
L’inchiesta del Guardian
Da più di vent’anni la comunità scientifica analizza le microplastiche. Parliamo di particelle inferiori ai 5 millimetri derivate dal degrado della plastica nell’ambiente. Lo scopo è valutarne l’impatto sulla salute. Recentemente, però, una serie di critiche raccolte dal giornalista Damian Carrington sul Guardian hanno messo in discussione l’affidabilità di diverse ricerche di alto profilo.
Secondo diversi esperti rintracciati dal quotidiano inglese, la quantità di frammenti segnalata nei tessuti umani sarebbe stata sovrastimata a causa di contaminazioni esterne e protocolli di analisi poco rigorosi. Cosa ha causato questo errore? Il sospetto è che la “corsa alla pubblicazione” abbia portato alcuni gruppi scientifici a trascurare le verifiche standard necessarie in un campo ancora considerato “immaturo”.
Il problema dei “falsi positivi”
Uno dei casi più emblematici riguarda uno studio pubblicato su Nature nel febbraio 2025, che segnalava un preoccupante aumento di microplastiche nel cervello umano. Alcuni ricercatori indipendenti hanno contestato i risultati, definendoli in modo drastico “uno scherzo”. Il punto centrale della critica è che il cervello è composto per circa il 60% da grassi, i quali possono produrre segnali chimici molto simili a quelli del polietilene, una delle plastiche più diffuse.
Senza adeguati passaggi di validazione, gli strumenti di analisi avrebbero semplicemente scambiato il grasso cerebrale per particelle di plastica, falsando l’intera ricerca.
Campioni contaminati e laboratori
Oltre agli errori di identificazione chimica, l’inchiesta ha evidenziato il rischio di contaminazioni ambientali durante i test. In alcuni studi analizzati, come quelli sulle placche nelle arterie o sui testicoli, i ricercatori non avrebbero utilizzato i cosiddetti “campioni bianchi” per misurare quanta plastica fosse già presente nell’aria del laboratorio o della sala operatoria.
Poiché gli ospedali e i laboratori sono pieni di oggetti in plastica, è molto difficile garantire che le particelle trovate nei tessuti non provengano dall’ambiente circostante anziché dall’interno dell’organismo.
Una scienza ancora senza standard
Il problema di fondo è la mancanza di standard condivisi e di definizioni univoche. Non esistono protocolli universali per isolare le nanoparticelle più piccole, le uniche che secondo alcuni esperti avrebbero la capacità biologica di attraversare le barriere del corpo e finire nel sangue o negli organi.
Molti scienziati avvertono che prove scientifiche fragili possono essere pericolose: potrebbero portare a regolamentazioni errate o dare argomenti ai lobbisti dell’industria del materiale plastico per minimizzare i rischi reali legati all’inquinamento.
Cosa sappiamo davvero sulle microplastiche?
Sia chiaro, il quotidiano non intende smentire la presenza di tali sostanze nell’organismo: ma persistono dubbi sui toni allarmistici rispetto alle quantità.
“Penso che sia un problema che riguarda l’intero settore”, ha spiegato la dottoressa Cassandra Rauert, chimica ambientale presso l’Università del Queensland in Australia al Guardian. “Penso che molte delle concentrazioni [di nanoplastiche] segnalate siano del tutto irrealistiche. Non è una critica agli altri scienziati – ha aggiunto -. Usano alcune tecniche perché non abbiamo a disposizione nulla di meglio. Non ho visto prove che particelle tra 3 e 30 micrometri possano entrare nel flusso sanguigno. Da ciò che sappiamo sull’esposizione effettiva nella nostra vita quotidiana, non è biologicamente plausibile che quella massa di plastica possa effettivamente finire in questi organi”.
“Sono proprio le particelle di plastica di dimensioni nanometriche a poter attraversare le barriere biologiche e che ci aspettiamo di trovare negli esseri umani – ha sottolineato la dottoressa -. Ma gli strumenti attuali non sono in grado di rilevarle”.
È ragionevole presumere che le microplastiche siano presenti in una certa misura nel nostro corpo, data la loro pervasività nell’ambiente e nella catena alimentare. Ogni anno finiscono in natura circa 40 milioni di tonnellate di questi materiali e la produzione globale è destinata a triplicare entro il 2060. Inoltre, in attesa di studi più solidi e su larga scala, alcuni esperti suggeriscono per precauzione di ridurre l’uso di contenitori in plastica per scaldare cibi o bevande, filtrare l’acqua e ventilare spesso le abitazioni.