Il cervello umano e l’Ai si stanno allineando: ora siamo noi a copiare i chatbot

Lo studio su Nature Communications e il rischio concreto di un pensiero appiattito
26 Gennaio 2026
3 minuti di lettura
Uomo Pc Ai Sostituita Grok Ai
Immagine generata con GrokAi

Mentre ci chiedevamo se l’intelligenza artificiale sarebbe mai diventata “umana”, non ci siamo accorti che stava accadendo il contrario: siamo noi che stiamo diventando più “artificiali”. Una ricerca pubblicata il 21 gennaio 2026 su Nature Communications ha svelato che il cervello umano, quando ascolta una frase, attiva una sequenza di elaborazione del significato che ricalca in modo impressionante i livelli interni (layers) dei grandi modelli linguistici.

Questa convergenza strutturale, però, è solo metà della storia: un altro gruppo di ricerca ha dimostrato che anche il nostro modo di parlare sta cambiando, assorbendo il vocabolario dei chatbot.

Come il cervello “calcola” il senso delle parole

Fino a ieri pensavamo che il funzionamento delle reti neurali artificiali fosse una replica più o meno precisa della nostra mente. I risultati presentati dai ricercatori della Hebrew University e di altri centri internazionali mostrano una realtà più complessa.

Quando ascoltiamo una parola, il nostro cervello non ne afferra subito il senso completo: passa attraverso stadi progressivi — dall’analisi del suono alla sintassi, fino al contesto profondo. Monitorando l’attività cerebrale di volontari durante l’ascolto di storie e frasi complesse, il team ha confrontato i tempi e i modi in cui il cervello estrae il significato con il funzionamento interno di modelli come GPT-2 e Llama 2. Ne è emersa una corrispondenza temporale quasi perfetta. In pratica, il tempo di “associazione” del cervello umano si è allineato matematicamente con i “layer” progressivi di un modello Ai.

Questo non significa che stiamo diventando dei robot, ma che l’evoluzione biologica e l’ingegneria del software sembrano aver trovato la stessa soluzione efficiente per decodificare il linguaggio. Questo studio, di tipo peer-reviewed e quindi costruito su basi solide, chiude il cerchio su anni di ipotesi neuroscientifiche.

“Delve” e “Meticulous”: le parole spia dell’omologazione

Se l’architettura mentale e quella artificiale si somigliano, anche i vocabolari si stanno uniformando. Uno studio condotto dal Max Planck Institute for Human Development di Berlino (disponibile come preprint dal 2025) ha analizzato quasi 280.000 video YouTube e podcast per capire come è cambiata la nostra lingua dopo il “big bang” di ChatGpt nel novembre 2022.

I ricercatori hanno isolato le cosiddette “Gpt words”, ovvero quelle parole che i modelli usano con frequenza statistica sproporzionata rispetto agli umani pre-2022, tra cui (in inglese) “delve” (approfondire/scavare), “comprehend”, “meticulous”, “swift” (rapido) e “tapestry” (arazzo/intreccio metaforico).

L’analisi ha mostrato che, nei mesi successivi al lancio dell’Ai generativa, l’uso di queste parole da parte di persone in carne ed ossa — podcaster, ricercatori, creator — è cresciuto drasticamente, con picchi superiori al 50% in alcuni contesti accademici e divulgativi.

Pur trattandosi di un preprint (quindi una ricerca in attesa di validazione definitiva e con un campione sbilanciato verso chi produce contenuti online), il segnale è forte: stiamo involontariamente assorbendo il linguaggio della macchina. Una frase come “Let’s delve into this meticulous tapestry of events” fino a tre anni fa sarebbe suonata aulica e innaturale; oggi è il nuovo standard del “parlare bene”.​

Il rischio del “loop chiuso” e del pensiero piatto

Siamo di fronte a un cortocircuito inedito nella storia evolutiva: i modelli linguistici (Llm) sono stati addestrati su miliardi di testi scritti da noi umani, ora, questi modelli ci restituiscono quei testi “digeriti” e standardizzati, e noi iniziamo a imitarli per sembrare più professionali o competenti. O semplicemente perché stiamo impigrendo il nostro cervello, affidandoci acriticamente al cosiddetto sistema 0.

Il rischio più evidente riguarda il vocabolario, quello più grave riguarda l’appiattimento del pensiero umano. Il linguaggio utilizzato dall’Ai è tipicamente “WEIRD” (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic): è un inglese — o un italiano — pulito, assertivo, privo di dubbi, di dialetti, di quello “sporco” vitale che rende la comunicazione umana interessante. Se ci abituiamo a scrivere e pensare come un algoritmo, rischiamo di perdere la capacità di esprimere l’ambiguità, l’ironia sottile e le sfumature emotive che la macchina trancia via per statistica.

Cosa possiamo fare (senza demonizzare l’Ai)

Per fermare questo processo, non serve demonizzare l’Ai, ma occorre una dieta cognitiva varia in modo da non atrofizzare il nostro stile. Ecco tre spunti pratici:

  • Difendi le tue imperfezioni: nelle email o nei testi, non accettare passivamente le correzioni di stile dell’Ai che ti suggeriscono di “elevare” il tono. Mantieni le tue frasi spezzate o le tue metafore strane;
  • Leggi “lento” e vecchio: nutri il cervello con testi scritti prima del 2022 o con letteratura d’autore, dove la lingua è usata per sorprendere, non per prevedere la parola successiva con la massima probabilità statistica;
  • Parla come mangi: valorizza i registri informali e i dialetti nelle conversazioni orali. Sono la riserva di biodiversità linguistica che nessun modello, per quanto avanzato, riuscirà mai a replicare davvero.

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