Zero Pollution Ue, 58 miliardi di gap su inquinamento e acque

La mid-term review segnala investimenti insufficienti, indicatori ambientali diseguali e difficoltà di applicazione negli Stati membri
30 Gennaio 2026
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Palazzo Berlaymont commissione ue canva

L’Unione europea non manca di norme contro l’inquinamento, manca di risultati omogenei. La revisione di metà percorso dello Zero Pollution Action Plan mette in chiaro che la partita non si gioca più sugli obiettivi, ma sulla capacità di trasformare direttive e piani in infrastrutture operative, controlli continui e spesa pubblica stabile nel tempo.

Il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. Alcuni indicatori migliorano, altri restano fermi, altri ancora si muovono nella direzione opposta rispetto agli impegni assunti. La Commissione individua un problema strutturale di attuazione che attraversa Stati membri, regioni e settori produttivi. Se non viene corretto, il rischio è che l’inquinamento zero resti una cornice strategica efficace sulla carta, ma fragile nella realtà economica e amministrativa.

Il gap da 58 miliardi su inquinamento e acque

Il cuore della mid-term review è finanziario prima ancora che ambientale. La Commissione stima che l’attuazione della legislazione europea su ambiente e clima richieda investimenti annui pari a circa 122 miliardi di euro. Di questi, 58 miliardi riguardano direttamente prevenzione e controllo dell’inquinamento e protezione delle acque. È un divario che non può essere colmato con i soli fondi europei e che, secondo Bruxelles, continua a essere sottovalutato nelle politiche di bilancio nazionali. Il dato non viene presentato come una proiezione teorica, ma come una criticità che incide già oggi sulla qualità dell’aria, sull’efficienza dei sistemi idrici e sulla capacità di gestire rifiuti e sostanze chimiche.

Dal 2007 l’Unione ha investito in media 84 euro pro capite in grandi infrastrutture idriche, con livelli più elevati nelle regioni dell’Europa centrale e orientale, dove si arriva a oltre 300 euro per abitante. I risultati sono misurabili in termini di riduzione dell’inquinamento e miglioramento della qualità delle acque, ma la Commissione avverte che il ritmo non è sufficiente per sostenere gli obiettivi del 2030. Nel nuovo Quadro finanziario pluriennale, gli investimenti legati allo zero pollution rientrano nel target del 35% di spesa per clima e ambiente, creando sinergie con biodiversità e neutralità climatica. Resta però aperta la questione della capacità degli Stati membri di assorbire e indirizzare efficacemente queste risorse.

Il richiamo più esplicito riguarda il principio “chi inquina paga”. Il documento sottolinea che la tassazione ambientale è ancora poco utilizzata e che i sussidi ambientalmente dannosi continuano a drenare risorse pubbliche. Il fitness check dedicato al principio evidenzia come gli strumenti fiscali e le responsabilità estese del produttore funzionino quando sono applicati in modo coerente, perché introducono segnali di prezzo che orientano scelte industriali e comportamenti dei consumatori. La Commissione lega questo punto alla necessità di una transizione giusta, ma senza attenuare il messaggio centrale. Senza una revisione delle leve fiscali, il fabbisogno di investimenti resterà scoperto e la distanza tra obiettivi e risultati tenderà ad ampliarsi.

Rumore, nutrienti e microplastiche fuori traiettoria

Sul piano dei risultati ambientali, la mid-term review restituisce un quadro diseguale. Si registrano riduzioni significative dell’inquinamento atmosferico, dell’uso e del rischio associato ai pesticidi e delle vendite di antimicrobici. Migliora anche il dato sui rifiuti plastici in mare misurati attraverso il litter costiero, con una riduzione stimata del 29% attribuita all’effetto combinato della legislazione europea e dei progetti finanziati. Sono segnali che la Commissione considera politicamente rilevanti, perché dimostrano che alcune politiche producono effetti tangibili quando sono mature e sostenute da investimenti adeguati.

Accanto a questi progressi, però, restano aree critiche che non mostrano la stessa dinamica. I livelli di rumore ambientale e l’inquinamento da nutrienti nelle acque interne e costiere rimangono sostanzialmente stabili. Le microplastiche rappresentano una delle principali fonti di preoccupazione, con stime che indicano un aumento negli ultimi anni. La Commissione riconosce che in questi ambiti pesano limiti strutturali nella raccolta dei dati e nella definizione degli indicatori, ma segnala anche che la lentezza delle politiche settoriali contribuisce a frenare i risultati.

Nel settore agricolo le difficoltà di attuazione emergono in modo diretto. La Commissione richiama il potenziale di pratiche e tecnologie in grado di ridurre le emissioni di ammoniaca, l’uso di fertilizzanti e l’impatto dei pesticidi, ma prende atto che il quadro regolatorio resta incompleto. Il ritiro della proposta di regolamento sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari viene citato come un punto di arresto che limita la portata delle politiche di riduzione dell’inquinamento in agricoltura.

La strategia si sposta quindi sugli strumenti esistenti, in particolare sulla Politica agricola comune e sui piani strategici nazionali, chiamati a sostenere la transizione attraverso incentivi, assistenza tecnica e pratiche di gestione più efficienti. La revisione segnala tuttavia che, in assenza di obblighi più stringenti e di un monitoraggio uniforme, i risultati rischiano di rimanere discontinui tra Stati membri, con effetti limitati sugli obiettivi complessivi di riduzione dell’inquinamento di aria, acqua e suolo.

Lo stesso schema si ritrova nel settore urbano. Le iniziative volontarie e le piattaforme di cooperazione tra città mostrano risultati incoraggianti, soprattutto dove le politiche climatiche e quelle contro l’inquinamento vengono integrate. Tuttavia, la revisione chiarisce che il raggiungimento dei target europei dipende dalla media delle prestazioni, non dalle avanguardie. Le differenze territoriali continuano a pesare e rendono più complessa una valutazione complessiva dei progressi.

Gli strumenti operativi dello zero pollution

La terza direttrice della mid-term review riguarda l’enforcement e l’uso dei dati. La Commissione insiste sulla necessità di rafforzare i controlli e di integrare le politiche ambientali nelle decisioni pubbliche in modo sistematico. L’esperienza di attuazione mostra che i risultati migliori si ottengono quando le autorità ambientali lavorano insieme a quelle competenti per trasporti, energia, agricoltura e tutela dei consumatori. È su questa base che viene rilanciata l’iniziativa “Enforcing zero pollution together”, con l’obiettivo di promuovere azioni di conformità trasversali e scambi strutturati di buone pratiche tra Stati membri.

Sul fronte dei dati, il documento riconosce che alcune delle principali pressioni ambientali non sono ancora monitorate in modo adeguato. L’approccio “One Substance, One Assessment” viene presentato come uno snodo operativo per superare la frammentazione delle valutazioni sui prodotti chimici, costruire una piattaforma comune di dati e rafforzare i sistemi di allerta precoce. In parallelo, la Commissione segnala l’importanza del biomonitoraggio umano permanente per valutare l’esposizione cumulativa a più sostanze e orientare le scelte regolatorie.

Particolare attenzione è dedicata all’eredità dell’inquinamento storico e alle sostanze persistenti. Il caso dei Pfas viene citato come esempio di una problematica che sta emergendo in tutta la sua complessità, sia in termini ambientali sia di costi economici. La Commissione collega il tema alle nuove norme su acque e suoli, alle restrizioni già adottate in alcuni settori e alle attività in corso per valutare tecniche di rimozione e bonifica. È un passaggio che amplia il perimetro dello zero pollution, spostando il focus dalla sola prevenzione alla gestione di contaminazioni già presenti.

Infine, la revisione lega innovazione e competitività in modo operativo. I programmi di ricerca e dimostrazione, da Horizon Europe a LIFE, vengono indicati come strumenti per portare sul mercato soluzioni già mature e ridurre il divario tra sperimentazione e applicazione su larga scala. La Commissione richiama il ruolo dei nuovi centri dedicati alla trasformazione industriale e alla valutazione delle tecnologie emergenti, così come l’utilizzo di osservazioni satellitari e modelli digitali per rafforzare il monitoraggio di aria, acque e suoli.

Resta centrale il tema della capacità di diffusione delle soluzioni disponibili. La revisione segnala ostacoli legati a competenze, procedure autorizzative e accesso ai finanziamenti, in particolare per le piccole e medie imprese e per le amministrazioni pubbliche. In questo quadro, l’innovazione viene trattata come una condizione necessaria per sostenere l’attuazione delle politiche ambientali, non come un elemento accessorio della strategia europea sull’inquinamento zero.

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