Capi nuovi eliminati per liberare magazzini o tutelare il valore del marchio, senza arrivare al consumatore finale. Nell’Unione europea tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili invenduti viene distrutto ogni anno prima di essere indossato. La Commissione europea stima che questa pratica generi circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂, un volume vicino alle emissioni nette complessive della Svezia nel 2021.
Il 9 febbraio 2026 Bruxelles ha adottato gli atti attuativi che rendono operativo il divieto di distruzione di abbigliamento, accessori e calzature invenduti previsto dal Regolamento (UE) 2024/1781, entrato in vigore il 18 luglio 2024. Il provvedimento si inserisce nella strategia delineata con il Green Deal europeo dell’11 dicembre 2019 e rappresenta una delle prime applicazioni settoriali del nuovo quadro sull’ecodesign esteso alla quasi totalità dei beni fisici immessi sul mercato dell’Unione.
Divieto e tempistiche
Il divieto riguarda capi di abbigliamento, accessori di abbigliamento e calzature destinati al consumo che restano invenduti. Per le grandi imprese l’obbligo scatterà il 19 luglio 2026; per le imprese di medie dimensioni nel luglio 2030. Le micro e piccole imprese sono escluse dall’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 24 del regolamento, ma restano coinvolte nel quadro generale di requisiti di sostenibilità.
L’atto delegato adottato dalla Commissione delimita con precisione le deroghe. La distruzione potrà essere consentita in presenza di rischi per la sicurezza del prodotto, problemi igienico-sanitari, esigenze di tutela dei diritti di proprietà intellettuale o obblighi normativi che impongano il ritiro dal mercato. Le autorità nazionali sono chiamate a verificare la correttezza delle motivazioni e a cooperare qualora emergano casi con rilevanza transfrontaliera.
Il regolamento sostituisce la direttiva 2009/125/CE e amplia l’ambito dei requisiti di progettazione ecocompatibile: durabilità, riparabilità, aggiornabilità, efficienza nell’uso di energia e risorse, contenuto riciclato, riduzione dell’impronta ambientale. Il settore tessile è individuato come prioritario anche nella Strategia europea per tessili sostenibili e circolari, pubblicata dalla Commissione nella sezione Ambiente, che individua nel contenimento dei rifiuti uno dei nodi centrali della filiera.
Obblighi di trasparenza
Accanto al divieto, la Commissione ha adottato un regolamento di esecuzione che stabilisce il formato standard per la comunicazione delle informazioni sui prodotti invenduti scartati. Le imprese dovranno indicare, per ciascun esercizio finanziario, il numero e il peso dei prodotti distrutti, le ragioni dello smaltimento, l’eventuale applicazione delle deroghe, la quota avviata a operazioni di trattamento dei rifiuti e le misure adottate o pianificate per prevenire la distruzione.
La classificazione delle categorie di prodotto si basa sulla nomenclatura combinata (CN) prevista dalla normativa doganale europea, generalmente al livello delle prime due cifre, con maggiore dettaglio – fino alle quattro cifre – per alcune categorie specifiche elencate negli allegati. Le informazioni dovranno essere pubblicate entro dodici mesi dalla chiusura dell’esercizio di riferimento. È previsto l’obbligo di conservare per cinque anni la documentazione necessaria a dimostrare la consegna e la ricezione dei beni da parte degli operatori del trattamento rifiuti.
Le imprese soggette agli obblighi di rendicontazione di sostenibilità ai sensi della direttiva 2013/34/UE potranno integrare tali informazioni nel management report, purché nel formato standardizzato definito dalla Commissione. L’introduzione di un modello uniforme punta a rendere comparabili i dati tra operatori e Stati membri e a generare una base informativa stabile su un fenomeno finora difficilmente quantificabile in modo omogeneo.
Pressioni su importazioni e piattaforme
Il divieto di distruzione si inserisce in un contesto di crescente attenzione verso il modello della fast fashion e, in particolare, verso l’ultra-fast fashion caratterizzata da cicli di produzione ancora più brevi e volumi elevati. La Commissione europea ha avanzato proposte per rafforzare i controlli sulle importazioni di piccoli pacchi provenienti da Paesi extra-UE, inclusa l’ipotesi di un contributo forfettario per spedizione e la revisione della franchigia doganale per beni di valore inferiore a 150 euro. L’obiettivo dichiarato è correggere distorsioni competitive e contenere l’impatto ambientale legato alla moltiplicazione delle spedizioni individuali.
Parallelamente, alcune grandi piattaforme attive nel mercato europeo, tra cui Shein, sono state oggetto di indagini e richieste di chiarimento da parte delle autorità europee per presunte pratiche commerciali scorrette e dichiarazioni ambientali non conformi alle norme sulla tutela dei consumatori. Le verifiche rientrano nel quadro di applicazione della normativa europea in materia di pratiche commerciali sleali e di trasparenza informativa.
Federazioni dell’industria tessile europea hanno sollecitato interventi più incisivi contro modelli produttivi a rotazione estremamente rapida, segnalando l’aumento dei rifiuti tessili e la pressione sui produttori europei soggetti a standard ambientali più stringenti. Il regolamento sull’ecodesign mira anche a evitare frammentazioni normative tra Stati membri, creando un quadro unico per la progettazione e la gestione del fine vita dei prodotti.
Economia circolare e riorganizzazione della filiera
La Commissione collega le nuove misure agli obiettivi del Piano d’azione per l’economia circolare del 2020, che prevede il raddoppio del tasso di utilizzo circolare dei materiali entro il 2030. La riduzione della distruzione degli invenduti è considerata un passaggio per contenere la produzione di rifiuti e ridurre la domanda di materie prime vergini.
Nel presentare l’adozione degli atti, la Commissaria europea per l’Ambiente, la resilienza idrica e un’economia circolare competitiva Jessika Roswall ha dichiarato: “Il settore tessile è in prima linea nella transizione verso la sostenibilità, ma restano ancora delle sfide. I dati sullo spreco mostrano chiaramente la necessità di intervenire. Con queste nuove misure, il settore tessile sarà messo nelle condizioni di adottare pratiche sostenibili e circolari, rafforzando al contempo la nostra competitività e riducendo le dipendenze”.
Per le imprese, il nuovo quadro normativo incide sulle strategie di pianificazione della produzione, sulla gestione dei resi, particolarmente rilevante nel commercio elettronico, e sull’organizzazione dei canali secondari di vendita o donazione. La distruzione come soluzione ordinaria per l’eccedenza di magazzino non sarà più consentita per le grandi aziende dal 2026. Il passaggio a modelli basati su riuso, riparazione e riciclo comporta investimenti logistici e organizzativi, oltre a un’esposizione maggiore sul piano reputazionale attraverso la pubblicazione dei dati sugli invenduti.