Le luci si spengono per un’ora, ogni anno, in centinaia di città. Monumenti al buio, skyline che si affievoliscono, milioni di persone coinvolte. Sabato scorso è successo di nuovo, con l’edizione 2026 dell’Earth Hour. Il gesto resta riconoscibile, ma il contesto in cui si inserisce è cambiato. L’energia è diventata un fattore strutturale nei rapporti tra Stati, nella formazione dei prezzi e nella gestione delle crisi.
Negli ultimi anni la sequenza si è ripetuta più volte: tensioni internazionali, variazioni nei flussi di approvvigionamento, oscillazioni dei prezzi con effetti immediati su sistemi economici e bilanci pubblici. Il tema non riguarda più soltanto la riduzione delle emissioni o l’efficienza dei consumi, ma l’origine dell’energia, la sua distribuzione e il livello di esposizione che ne deriva. Su questo asse si concentra l’analisi contenuta nel report “Rinnovabili, energie per la pace” del Wwf, che mette in relazione struttura del sistema energetico, dinamiche dei prezzi e sicurezza degli approvvigionamenti.
Energia come fattore di crisi
La relazione tra risorse naturali e conflitti è documentata da una letteratura consolidata. Il report richiama, tra gli altri, i dati del Pacific Institute, secondo cui nel 2024 si sono registrati 420 eventi di conflitto legati all’acqua, con un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. La pressione sulle risorse non è quindi un elemento episodico, ma una componente stabile delle crisi contemporanee.
All’interno di questo quadro, i combustibili fossili hanno assunto un peso crescente. Petrolio e gas intervengono in contesti già segnati da tensioni politiche o territoriali, incidendo su dinamiche economiche e militari. Le guerre del Golfo degli anni Ottanta e Novanta hanno avuto tra i loro elementi il controllo dei giacimenti e delle rotte petrolifere. In Sudan, il conflitto civile è stato alimentato anche dalla separazione tra aree di estrazione e infrastrutture di trasporto verso il Mar Rosso. In Nigeria, la distribuzione dei proventi petroliferi ha contribuito all’insorgere di gruppi armati e a una lunga fase di instabilità interna.
Il caso dell’Ucraina evidenzia un ulteriore livello: il ruolo delle infrastrutture. Il territorio ucraino è stato per anni uno dei principali corridoi di transito del gas russo verso l’Europa, con una quota pari a circa un quarto dei flussi complessivi. Il controllo di queste rotte ha inciso sui rapporti tra Mosca e Kiev già prima dell’invasione del 2022, inserendo la questione energetica nelle dinamiche politiche e strategiche dell’area.
A questa dimensione si aggiunge la concentrazione geografica delle risorse. Petrolio e gas sono localizzati in aree limitate del pianeta, spesso caratterizzate da instabilità politica o tensioni regionali. Questo determina una dipendenza strutturale per i Paesi importatori, esposti non solo alle variazioni di prezzo ma anche alle condizioni geopolitiche delle aree di produzione.
Il report richiama anche il ruolo dei nodi infrastrutturali globali. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali punti di transito del petrolio mondiale, con una quota rilevante dell’approvvigionamento globale che passa attraverso quell’area. Le tensioni nel Golfo incidono quindi direttamente sui mercati energetici e, a cascata, sugli equilibri economici internazionali.
In questo contesto, le fonti fossili non operano come variabile neutra. La loro distribuzione, il controllo delle infrastrutture e la dipendenza dei Paesi importatori contribuiscono a definire rapporti di forza e margini di autonomia nei sistemi economici.
Quanto costa davvero l’energia
L’impatto economico del sistema energetico si manifesta attraverso due elementi principali: il livello dei costi e la loro stabilità nel tempo. I combustibili fossili presentano una variabilità legata a fattori esterni, tra cui tensioni geopolitiche, decisioni dei Paesi produttori e dinamiche dei mercati internazionali.
Il report evidenzia una differenza strutturale nella formazione dei costi tra fonti fossili e rinnovabili. Le seconde richiedono un investimento iniziale più elevato, ma non dipendono dal prezzo di una materia prima. Le fonti fossili, al contrario, mantengono una componente variabile legata al costo del combustibile, che si riflette direttamente sul prezzo finale dell’energia.
I dati riportati nel documento mostrano il livello attuale dei costi di generazione. Il fotovoltaico su larga scala presenta valori compresi tra 38 e 78 dollari per megawattora, mentre l’eolico onshore si colloca tra 37 e 86 dollari. L’eolico offshore varia tra 70 e 157 dollari. Gli impianti a gas di picco raggiungono valori tra 149 e 251 dollari per megawattora, mentre il nucleare si colloca tra 141 e 220 dollari.
L’evoluzione nel tempo è altrettanto significativa. Secondo i dati citati da Irena, l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili, il costo dell’elettricità da fotovoltaico su scala industriale è passato da 0,417 dollari per kilowattora nel 2010 a 0,043 nel 2024. Nello stesso anno sono stati installati circa 582 gigawatt di nuova capacità rinnovabile a livello globale, con costi inferiori rispetto alle alternative fossili più economiche.
La dipendenza dalle importazioni rappresenta un ulteriore elemento. Le rinnovabili riducono il fabbisogno di combustibili acquistati all’estero, incidendo sulla bilancia energetica e sulla stabilità economica. Il report segnala come questo aspetto costituisca un vantaggio competitivo per alcuni Paesi che hanno investito in modo significativo nella produzione interna da fonti rinnovabili.
Il caso italiano evidenzia una situazione diversa. La dipendenza energetica raggiunge il 74,8%, con una quota rilevante legata al gas naturale importato. Nel 2025 le importazioni di gas sono aumentate del 3,6% rispetto all’anno precedente, con un incremento della componente di gas naturale liquefatto. Il legame tra prezzo del gas e prezzo dell’elettricità rappresenta un ulteriore elemento di esposizione. Secondo le analisi citate nel report, l’andamento dei prezzi dell’energia elettrica in Italia è fortemente influenzato dal costo del gas, con effetti immediati sui consumatori finali.
I tempi reali della transizione
Il tema dei tempi di realizzazione delle infrastrutture energetiche è centrale nel confronto tra modelli. Il report riporta le stime degli operatori del settore elettrico italiano, secondo cui sarebbe possibile installare 60 gigawatt di nuova capacità rinnovabile in tre anni, a condizione di accelerare i processi autorizzativi. Questo livello di investimento è stato stimato in circa 85 miliardi di euro, con una ricaduta occupazionale di circa 80.000 posti di lavoro e una riduzione delle importazioni di gas pari a 15 miliardi di metri cubi annui.
Il confronto con le infrastrutture fossili evidenzia tempistiche più lunghe. La costruzione di un rigassificatore richiede, nelle condizioni migliori, circa cinque anni. Le soluzioni galleggianti presentano vincoli operativi legati alle condizioni marine e costi aggiuntivi nella gestione. Le tempistiche del nucleare risultano significativamente più estese. Il progetto della centrale di Flamanville, in Francia, è stato avviato nel 2007 con una previsione di completamento in cinque anni. L’entrata in funzione è avvenuta dopo circa diciassette anni, con un aumento dei costi da 3,5 a oltre 13 miliardi di euro. L’impianto di Olkiluoto, in Finlandia, ha seguito una dinamica analoga, con un periodo di realizzazione di circa diciassette anni.
Le differenze riguardano anche la struttura degli investimenti. Le rinnovabili consentono interventi distribuiti e realizzabili in parallelo, mentre le infrastrutture tradizionali concentrano risorse e tempi in pochi grandi progetti. Questo incide sulla capacità di adattamento del sistema energetico a variazioni della domanda o del contesto economico. Il report richiama inoltre il rischio di investimenti in asset destinati a perdere valore nel tempo. Le infrastrutture legate ai combustibili fossili possono diventare non competitive con l’avanzare della transizione energetica, generando costi che ricadono sui sistemi economici.
Nel caso italiano, le navi rigassificatrici acquistate dopo la crisi del 2022 sono entrate in funzione con ritardi e si inseriscono in un contesto di domanda in evoluzione. Le difficoltà di approvvigionamento legate alle tensioni nel Golfo Persico e allo Stretto di Hormuz incidono sulla disponibilità di gas liquido e sulla gestione delle infrastrutture esistenti.
Come cambia il sistema energetico
La transizione energetica incide contemporaneamente su più dimensioni del sistema economico. Il report evidenzia come le fonti rinnovabili rappresentino un’alternativa ai combustibili fossili sia per la riduzione delle emissioni sia per la loro natura distribuita, che limita la concentrazione delle risorse e delle infrastrutture.
La struttura dei costi delle rinnovabili, priva della componente legata al combustibile, riduce l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali. Questo elemento incide sulla stabilità dei prezzi e sulla prevedibilità dei costi energetici nel medio periodo.
Il documento richiama anche il ruolo delle politiche pubbliche nel determinare la velocità della transizione. Gli incentivi alle fonti rinnovabili e la progressiva riduzione dei sussidi ai combustibili fossili influenzano la composizione del mix energetico. Allo stesso tempo, la costruzione di nuove infrastrutture fossili può prolungare la dipendenza da queste fonti.
Accanto alla produzione, il report evidenzia il contributo delle misure di efficienza energetica. Secondo le stime riportate, interventi su diversi settori (residenziale, industriale, trasporti) potrebbero ridurre il consumo di gas di oltre il 23% su base annua, con un risparmio equivalente a circa il 51% delle importazioni dalla Russia nel periodo precedente alla guerra in Ucraina. Le misure includono la diffusione delle pompe di calore, l’elettrificazione dei consumi, la riduzione dei consumi energetici negli edifici e nei trasporti. L’Agenzia internazionale dell’energia ha individuato un insieme di interventi in grado di ridurre il consumo globale di petrolio di 2,7 milioni di barili al giorno, attraverso azioni su mobilità, lavoro da remoto e trasporto pubblico.
Nel caso italiano, queste dinamiche si intrecciano con una struttura energetica ancora fortemente dipendente dal gas. Le scelte di investimento e le politiche di approvvigionamento influenzano direttamente la capacità di ridurre questa dipendenza nel medio periodo.
Il quadro delineato dal report collega in modo diretto produzione, consumi e sicurezza degli approvvigionamenti, evidenziando il ruolo della struttura energetica nella definizione degli equilibri economici e geopolitici.