Crisi climatica, chi paga il conto? L’allerta degli esperti contro i 32 colossi inquinatori

L'allarme dopo il report Carbon Majors sulle 32 aziende che causano metà delle emissioni globali di Co2
21 Gennaio 2026
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Inquinamento atmosferico

Un coro di esperti n materia climatica sta facendo sentire la propria voce contro quei “grandi inquinatori”, aziende, cioè, ritenute responsabili del maggior numero di emissioni mondiali di Co2. A mostrare la gravità della situazione è stato un recente rapporto di Carbon Majors, il quale ha rilevato che nel 2024 solo 32 aziende di combustibili fossili sono state responsabili della metà delle emissioni globali di anidride carbonica che alimentano la crisi climatica mondiale.

Questo dato ha mostrato una preoccupante concentrazione del potere inquinante, che si riduce sempre più a un numero minore di attori (l’anno precedente le aziende responsabili della stessa quota erano 36). Molti iniziano a chiedersi: “Chi pagherà questo conto?

Un potere inquinante concentrato

Il database Carbon Majors, gestito dall’organizzazione non-profit InfluenceMap, ha tracciato i dati storici di 178 tra i più grandi produttori di petrolio, gas, carbone e cemento al mondo. I dati rivelano che le emissioni totali di queste entità coprono il 70% delle emissioni globali di combustibili fossili e cemento dall’inizio della Rivoluzione Industriale. Emmett Connaire di InfluenceMap, che ha guidato il rapporto, ha spiegato a The Guardian che “ogni anno, le emissioni globali diventano sempre più concentrate tra un gruppo ristretto di produttori ad alte emissioni, mentre la produzione complessiva continua a crescere”.

Il legame diretto con i disastri climatici

Per la prima volta, la scienza è riuscita a collegare direttamente le emissioni di queste singole aziende a specifici eventi meteorologici estremi. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha dimostrato che le emissioni di aziende come ExxonMobil e Saudi Aramco hanno reso 51 ondate di calore almeno 10.000 volte più probabili rispetto a un mondo non riscaldato.

Cosa ne pensano gli esperti?Per il dottor Yann Quilcaille dell’Eth di Zurigo, tra gli autori dello studio, “il cambiamento climatico ha reso ognuna delle 213 ondate di calore analizzate più probabile e intensa”. Egli sostiene inoltre che le aziende del fossile abbiano una responsabilità particolare poiché hanno perseguito il profitto attraverso la disinformazione, nonostante sapessero fin dagli anni ’80 che i loro prodotti avrebbero causato il riscaldamento globale.

La crescente richiesta di responsabilità legale

Un coro di studiosi si è unito alle parole dei curatori del report. Tzeporah Berman di Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty Initiative ha accusato queste corporazioni di “sabotare attivamente l’azione climatica e indebolire l’ambizione dei governi”. Così come Christiana Figueres, ex capo del clima dell’Onu, ha dichiarato al Guardian che i grandi emettitori sono “dalla parte sbagliata della storia”, continuando a puntare su prodotti inquinanti mentre gli investimenti globali in energia pulita sono ormai il doppio di quelli nel fossile.

E anche Davide Faranda del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica ritiene che collegare i disastri alle aziende possa diventare “una pietra miliare per l’azione legale e politica per ritenere gli inquinatori responsabili”.

Rebecca Brown del Center for International Environmental Law, ha sottolineato che i tribunali stanno connettendo i punti tra produzione di combustibili fossili e distruzione climatica, rendendo chiaro che i grandi inquinatori “devono eliminare gradualmente i combustibili fossili e pagare”. Quantificare il contributo dei singoli emettitori è “molto utile per stabilire la potenziale responsabilità legale”, ha aggiunto la professoressa Sonia Seneviratne dell’Eth di Zurigo. E, infine, il dottor Friederike Otto dell’Imperial College London ha avvertito che i risultati dello studio probabilmente “sottostimano la reale scala di questi eventi”.

Il professore Michael Gerrard e la dottoressa Jessica Wentz della Columbia University spiegavano già mesi fa, in un commento su Nature, che esistono ancora numerosi “ostacoli legali e probatori”, come decidere quali tribunali debbano ascoltare i casi e se i produttori debbano essere responsabili delle emissioni dei loro clienti. Tuttavia, esempi come la causa Lliuya contro RWE in Germania o le leggi sui “superfondi climatici” a New York e nel Vermont suggeriscono che la pressione sta aumentando. In altre parole, in qualche modo il conto sta arrivando, ed è ora di capire chi e come debbano pagare per il danno arrecato.

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