Nei prossimi cinque anni le materie prime costeranno di più (e saranno più difficili da trovare)

Lo studio Cascade prevede prezzi in aumento e maggiore volatilità per alluminio, rame, titanio e terre rare
27 Febbraio 2026
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Metalli rari miniera canva
Miniera a cielo aperto con operai che estraggono metalli rari

Prezzi più alti, oscillazioni più marcate, forniture meno prevedibili. La traiettoria delle materie prime critiche non è più un’ipotesi di scenario ma una variabile strutturale con cui l’industria italiana dovrà misurarsi nel breve periodo. Nei prossimi cinque anni, secondo il progetto Cascade, l’accesso a risorse come alluminio, rame, titanio e terre rare sarà segnato da tensioni crescenti, in un contesto internazionale che intreccia competizione tecnologica, sicurezza economica e riassetti geopolitici.

Lo studio, finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Prin-Pnrr e condotto dal gruppo interuniversitario Re4It – Università di Bologna, Università di Bergamo, Università dell’Aquila e Politecnico di Milano – in collaborazione con il Centro Studi Confindustria, fotografa una fase di transizione in cui la dimensione industriale e quella strategica tendono a sovrapporsi. L’analisi restituisce un quadro in cui la gestione delle catene di fornitura diventa parte integrante della politica industriale.

La partita a cinque anni delle filiere italiane

Il primo dato che emerge dall’indagine è la convergenza degli esperti su un progressivo irrigidimento dei mercati. Lo studio Delphi che ha coinvolto 45 specialisti indica un aumento dei prezzi diffuso a tutte le materie prime analizzate, ma soprattutto una maggiore volatilità. È quest’ultima a mettere sotto pressione le imprese, perché rende più fragile la pianificazione finanziaria e produttiva. Per le Pmi, che costituiscono l’ossatura del sistema manifatturiero italiano, l’oscillazione delle quotazioni può erodere margini in poche settimane.

Non tutti i materiali, però, presentano lo stesso profilo di rischio. Le terre rare emergono come l’anello più esposto, seguite dal titanio. Nel caso delle terre rare pesa la forte concentrazione geografica dell’offerta e la difficoltà di sostituire questi elementi nei magneti permanenti, nelle turbine eoliche, nei motori elettrici e nei dispositivi elettronici avanzati. Il titanio, essenziale per aerospazio e difesa, combina complessità estrattive e lavorazioni ad alta intensità tecnologica. Il rame, indispensabile per reti elettriche ed elettronica, sconta l’esplosione della domanda legata all’elettrificazione, mentre l’alluminio resta centrale per trasporti e costruzioni leggere.

Le cause individuate da Cascade non hanno carattere temporaneo. La domanda globale cresce spinta dagli investimenti in tecnologie green e digitali, dalla corsa alla produzione di batterie, semiconduttori e sistemi di difesa. L’offerta rimane concentrata in pochi Paesi, con un’esposizione europea marcata verso la Cina per le terre rare e verso altri poli extra-Ue per diverse fasi di raffinazione. I requisiti ambientali non sono indicati come il fattore dominante di aggravamento, ma contribuiscono a rendere più articolato il quadro regolatorio. Le tensioni si trasmettono lungo l’intera catena del valore, dall’estrazione al prodotto finito, con effetti amplificati nelle filiere integrate.

Il cantiere europeo delle materie critiche

Nel tentativo di ridurre le dipendenze, l’Unione europea ha adottato nel 2024 il Critical Raw Materials Act, che fissa obiettivi per aumentare le capacità interne di estrazione, trasformazione e riciclo entro il 2030. Il regolamento introduce target quantitativi e mira a diversificare le fonti di approvvigionamento. Per la prima volta le materie prime critiche entrano in modo organico nell’agenda della politica industriale europea.

Cascade riconosce l’importanza del passo compiuto, ma segnala limiti che potrebbero ridurne l’efficacia. Gli obiettivi sono formulati in forma aggregata e non calibrati sulle specificità di ciascuna materia prima. Il titanio non ha lo stesso mercato delle terre rare, né il rame segue le stesse dinamiche dell’alluminio. Inoltre, le risorse finanziarie disponibili non appaiono proporzionate agli investimenti richiesti, che sono ad alta intensità di capitale e comportano tempi di ritorno lunghi. Il termine del 2030 rischia di orientare la selezione dei progetti verso iniziative più rapide, lasciando in secondo piano interventi strutturali.

Il punto centrale, secondo lo studio, è il coordinamento delle politiche. Senza un allineamento tra strumenti industriali, politica commerciale e cooperazione internazionale, l’azione europea rischia di frammentarsi. La riduzione delle dipendenze non può essere affidata a singole misure, ma richiede una strategia che integri accordi con Paesi ricchi di risorse, incentivi agli investimenti interni e una gestione coerente delle regole sugli aiuti di Stato. In questo quadro si inserisce anche il rafforzamento dei partenariati con Paesi africani, indicato come leva per coniugare sicurezza delle forniture e sviluppo locale sostenibile.

Dove si crea (e si perde) valore

Tra le leve operative individuate da Cascade, l’innovazione nei processi di riciclo occupa una posizione centrale. Per le terre rare, in particolare, il recupero da rifiuti elettronici e scarti industriali offre una prospettiva concreta di riduzione della dipendenza esterna. Tuttavia, il riciclo non produce automaticamente autonomia: se la capacità di raffinazione resta fuori dall’Europa, il valore aggiunto si sposta altrove. Il rischio è che materiali recuperati sul territorio europeo vengano esportati per essere trasformati e reimportati come componenti finiti.

Lo sviluppo di materiali alternativi rappresenta un’altra direttrice, ma richiede tempi lunghi e investimenti consistenti in ricerca e sviluppo. In molti casi la sostituzione non è tecnicamente semplice o comporta performance inferiori. Inoltre, il potere contrattuale dei grandi utilizzatori globali può comprimere lo spazio di manovra dei produttori europei, rendendo difficile trasferire a valle gli aumenti di costo. La sostenibilità ambientale migliora il profilo delle filiere, ma non elimina i rischi di approvvigionamento se non è accompagnata da un rafforzamento delle capacità industriali.

Sul piano nazionale, lo studio propone un approccio verticale per filiera: mappare le fasi produttive scoperte o sottodimensionate, valutare la creazione o l’integrazione di operatori lungo la catena del valore, incentivare reshoring e co-development. Un altro capitolo riguarda la gestione finanziaria: maggiore diffusione degli strumenti di hedging tra le Pmi per attenuare l’impatto della volatilità dei prezzi. In un contesto di competizione globale sulle risorse e accelerazione delle transizioni green e digitale, le materie prime critiche si impongono come tema di sicurezza industriale. Le scelte che verranno compiute nei prossimi anni definiranno la posizione delle filiere italiane nel nuovo equilibrio internazionale.

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