L’Italia ha assorbito l’urto dei dazi americani senza deragliare, ma il 2025 segna comunque un passaggio più delicato di quanto suggerisca il dato aggregato sull’export. Il Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi 2026 descrive un sistema che conserva avanzo commerciale, tiene sui mercati esteri e perfino cresce negli Stati Uniti, ma lo fa dentro un contesto più fragile, dove la spinta di pochi comparti copre l’affanno di molti altri e dove aumentano insieme esposizione geopolitica, dipendenza dagli approvvigionamenti esteri e incertezza delle imprese.
Il punto, in sostanza, non è se l’Italia abbia retto: ha retto. Il punto è come. Ha retto con un export che continua a poggiare su una struttura molto selettiva, su multinazionali che concentrano gran parte dei flussi e su una geografia commerciale che espone il Paese più di altri grandi partner europei ai mercati extra-Ue: la tenuta c’è, ma il margine si restringe.
L’export regge, ma la dipendenza dai mercati esterni pesa di più
Nel 2025 l’Italia chiude con un surplus commerciale di 50,7 miliardi di euro. Le esportazioni di beni crescono del 3,3%, le importazioni del 3,1%. In apparenza è la conferma di una capacità di resistenza ormai consolidata. Ma la forza del dato complessivo si ridimensiona appena si guarda alla distribuzione geografica degli scambi.
Le vendite italiane crescono di più verso l’Unione europea (+4,2%) che verso i mercati extra-Ue (+2,4%). Sul lato delle importazioni accade il contrario: gli acquisti dai Paesi esterni all’Unione salgono del 3,4%, quelli dall’area Ue del 2,9%. Il sistema produttivo italiano continua dunque a esportare bene, ma allo stesso tempo accentua la propria dipendenza da forniture che arrivano da aree più esposte a tensioni commerciali e politiche.
Il caso degli Stati Uniti è il più evidente. Nel 2025 Washington assorbe il 10,8% dell’export italiano di beni ed è il secondo mercato di sbocco dopo la Germania. Tra le principali economie europee, solo l’Italia registra un aumento delle esportazioni verso gli Usa, con un +7,2%, mentre Francia, Germania e Spagna segnano arretramenti. È un risultato rilevante, ma non racconta tutta la storia. Sul fronte delle importazioni, infatti, gli acquisti italiani dagli Stati Uniti crescono di circa il 30%, con una forte accelerazione dopo l’accordo commerciale Usa-Ue dell’estate 2025. In altre parole, il legame con il mercato americano si rafforza in entrambe le direzioni, proprio mentre il quadro tariffario diventa più complesso. Il Rapporto Istat evita sia l’allarmismo sia la lettura tranquillizzante. Le nuove tariffe hanno avuto effetti negativi sull’export italiano del 2025, ma di entità contenuta nel dato medio. La stima econometrica riportata nel documento indica che a un raddoppio delle aliquote medie effettive corrisponde una mancata crescita delle esportazioni pari al 3,2%. Non si è verificata quindi una contrazione generalizzata delle vendite italiane, ma un rallentamento differenziato, distribuito in modo molto diverso tra settori, prodotti e imprese.
L’altro fronte che si allarga è quello cinese. Nel 2025 le importazioni italiane dalla Cina aumentano del 17,2% e il peso di Pechino sul totale dell’import nazionale sale al 10,3%, più che in Germania, Francia e Spagna. Istat segnala anche un aumento del 60% del valore degli input produttivi cinesi impiegati nella manifattura italiana tra il 2017 e il 2025. Una quota crescente della produzione italiana dipende da componenti, materiali e beni intermedi provenienti dalla Cina, con tutte le implicazioni che questo comporta in termini di sicurezza economica e capacità di sostituzione delle forniture.
Pochi settori trainano, molti restano in affanno
Il +3,2% dell’export manifatturiero nel 2025 non descrive una crescita diffusa. Istat mostra che il risultato dipende da un gruppo ristretto di comparti. La farmaceutica cresce del 28,5%, i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli del 22,2%, la metallurgia del 16,5%, gli alimentari del 6,3%, il legno del 3,5%. Sono questi i settori che tengono in piedi il dato medio, mentre una parte ampia della manifattura continua a mostrare segni di debolezza.
Dodici settori su ventidue chiudono infatti l’anno con esportazioni in calo. Le flessioni riguardano, tra gli altri, chimica, mobili e soprattutto coke e raffinazione. Il fatturato dell’industria in senso stretto resta fermo e nella manifattura arretra dello 0,1%, effetto di una domanda interna quasi piatta e di una componente estera in lieve riduzione. Il problema, quindi, non è una caduta generale dell’industria italiana, ma una crescita che si restringe e si concentra.
Anche il mercato statunitense accentua questa selezione. Il +7,2% dell’export italiano verso gli Usa è spinto soprattutto da farmaceutica e mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli. Le vendite di prodotti farmaceutici salgono del 54,1%, quelle degli altri mezzi di trasporto del 59,5%. Di contro, arretrano autoveicoli, metallurgia, altra manifattura e soprattutto coke e raffinazione. Il buon andamento medio sul mercato americano, quindi, non corrisponde a una spinta uniforme della manifattura italiana, ma a una forte polarizzazione tra comparti che riescono a sfruttare il nuovo contesto e comparti che ne subiscono il costo.
La competitività relativa dei settori conferma questa lettura. L’indicatore sintetico elaborato da Istat segnala nel 2025 una tenuta dei comparti ad alta specializzazione tecnologica e della farmaceutica, mentre permane la debolezza dei settori tradizionali e del tessile. Più problematico è l’andamento dei macchinari e dei beni intermedi, dove emerge un indebolimento diffuso. È un passaggio che pesa perché i macchinari rappresentano uno degli assi storici della presenza italiana sui mercati esteri. Se proprio lì si osserva un deterioramento della competitività, la questione riguarda la capacità del sistema di difendere una delle sue specializzazioni più importanti.
Anche i servizi si muovono a velocità differenziate. Nel 2025 il fatturato del comparto cresce dell’1,7%, meglio del 2024, ma nel corso dell’anno la dinamica si attenua. Informazione e comunicazione e attività professionali, scientifiche e tecniche mantengono un passo sostenuto, mentre rallentano alloggio e ristorazione, agenzie di viaggio e commercio. Sul fronte degli scambi con l’estero, Istat segnala saldi positivi nei viaggi e nei servizi conto terzi, ma disavanzi nei trasporti e nei servizi ad alta intensità di conoscenza, come Ict, proprietà intellettuale e altri servizi alle imprese. Il sistema italiano continua dunque, a performare bene in alcune attività tradizionali, ma fatica nei segmenti più avanzati e ad alto contenuto immateriale.
A fare davvero la differenza sono le imprese internazionalizzate e le multinazionali
Uno dei passaggi più netti del Rapporto riguarda la struttura delle imprese che sostengono il commercio estero italiano. Nel 2023, ultimo anno disponibile per le analisi strutturali, le aziende presenti sui mercati internazionali sono appena il 4,2% del totale, ma impiegano il 35,3% degli addetti e generano il 55,4% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi. È una quota ridotta in termini numerici, ma decisiva in termini economici.
Dentro questo gruppo, il ruolo centrale spetta alle multinazionali. Le imprese appartenenti a gruppi multinazionali generano oltre il 75% delle esportazioni manifatturiere e l’80% dell’import nazionale di merci. Hanno una propensione all’export molto più alta della media e una capacità di diversificazione geografica e merceologica largamente superiore. In pratica, sono loro a reggere l’ossatura internazionale del sistema produttivo italiano.
Il Rapporto distingue però tra multinazionali italiane e multinazionali estere. Le imprese a controllo straniero sono più presenti nei comparti ad alto o medio-alto contenuto tecnologico, come autoveicoli, chimica, apparecchi elettrici e computer. Le multinazionali italiane mantengono invece un peso forte nei comparti tradizionali, ma anche nei macchinari, nella farmaceutica e nei mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli. Questo significa che una parte rilevante della performance estera italiana dipende da imprese integrate in strategie globali di gruppo, capaci di riorganizzare filiere, approvvigionamenti e mercati di sbocco.
Il 2025 rende ancora più visibile questa differenza. L’export delle multinazionali italiane cresce del 2,5% e sale dell’8,8% verso gli Stati Uniti; quello delle multinazionali estere si riduce del 2,2% e cala dell’8,7% sul mercato americano. Sul lato dell’import, invece, aumentano gli acquisti delle imprese a controllo estero e diminuiscono quelli delle multinazionali italiane.
Anche l’effetto dei dazi, osservato a livello di impresa, si concentra in modo selettivo. Istat rileva che l’impatto negativo ha riguardato soprattutto le aziende che avevano gli Stati Uniti come primo mercato di destinazione. Per queste imprese la dinamica dell’export è risultata mediamente inferiore di un punto percentuale rispetto a quella che si sarebbe osservata in assenza di tariffe, con una mancata crescita stimata in 1,5 miliardi di euro. Gli effetti più forti in valore riguardano alimentari, prodotti in metallo, abbigliamento e mobili. La farmaceutica, invece, registra un effetto positivo, favorito anche dalle esenzioni parziali previste dal nuovo contesto tariffario.
Il dato dice molto del nuovo scenario. La questione non è soltanto quanto esporta l’Italia, ma chi esporta, con quale struttura e con quale capacità di assorbire uno shock. Nei passaggi più turbolenti del commercio globale, la differenza la fanno le imprese che hanno massa critica, relazioni consolidate, accesso a reti multinazionali e margini per spostare forniture e produzione. È lì che oggi si misura una parte decisiva della competitività.
Il nodo vero è la dipendenza strategica e il ritorno dell’Europa
Il Rapporto allarga poi il focus oltre i dazi e mette al centro la dipendenza italiana dalle importazioni di prodotti strategici. Nel triennio 2023-2025 la Cina è il primo fornitore di questi beni per i principali Paesi Ue e soprattutto per l’Italia, dove pesa per l’11,3% del valore totale. Il grado di dipendenza italiana dai mercati esteri per i prodotti strategici è vicino al 20%, in linea con le altre grandi economie europee, ma con una fragilità più marcata sui materiali energetici e su forniture provenienti da Paesi classificati a rischio politico medio o alto.
La vulnerabilità, osserva Istat, non riguarda una platea ampia di imprese, ma un gruppo ristretto con un peso molto elevato nel sistema produttivo. Nel 2023 le aziende che importano beni strategici scarsi e difficilmente sostituibili sono appena 583, ma impiegano circa 175 mila addetti, generano 23 miliardi di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato. In altri termini, bastano pochi punti sensibili per esporre una parte importante dell’economia italiana a shock nelle catene di fornitura.
Anche la dinamica della farmaceutica va letta in questa chiave. Le importazioni dalla Cina in quel settore registrano un incremento eccezionale nel 2025, mentre crescono fortemente anche gli acquisti dagli Stati Uniti. Per Istat, è compatibile con una riorganizzazione dei flussi da parte delle multinazionali in risposta al nuovo scenario internazionale. Ancora una volta, emerge un tratto di fondo: la tenuta italiana passa sempre meno da una generica solidità del sistema e sempre più dalla capacità di presidiare snodi specifici delle filiere globali.
Da qui il richiamo al mercato unico europeo come area da valorizzare di più. Istat segnala che la crescente instabilità dei mercati extra-Ue rende più urgente un riposizionamento competitivo dentro lo spazio europeo, non in alternativa ai mercati globali ma come base più stabile da cui partire. Il riferimento è anche alla necessità di rafforzare gli accordi con aree a forte potenziale, come Mercosur e India, per distribuire meglio il rischio commerciale e ridurre la dipendenza da pochi grandi poli.
La cautela delle imprese, almeno per ora, resta evidente. Tra agosto e dicembre 2025 circa il 60% delle aziende esportatrici negli Stati Uniti non ha registrato cambiamenti rilevanti nelle quantità vendute, il 75,9% non ha modificato i prezzi all’export e quasi due terzi non prevede strategie specifiche di risposta alle nuove tariffe. Poco più di un quarto guarda a nuovi mercati, soprattutto europei. È il segnale di un sistema che ha assorbito l’urto, ma non ha ancora trasformato la tenuta in una vera riallocazione strategica.