Che chi dice che sulla terra battuta verde la pallina da tennis rimbalzi in modo diverso. Più secca, più rapida, meno prevedibile di quanto accada sulla classica terra rossa europea. Negli Stati Uniti questa superficie è parte della cultura tennistica da quasi un secolo. Ora, però, potrebbe rivelare anche un talento inatteso: aiutare a togliere anidride carbonica dall’atmosfera.
Di cosa sono fatti i campi in terra battuta verde
Nonostante il nome, la green clay non è argilla nel senso comune del termine. È basalto frantumato: una roccia vulcanica ricca di ferro e magnesio, macinata in granuli fini e stesa sulla superficie di gioco. Si stima che negli Stati Uniti esistano circa 270.000 campi da tennis e una frazione consistente -decine di migliaia-è realizzata proprio con questa miscela basaltica, una tradizione che risale agli anni Trenta.
Negli ultimi anni, però, il basalto è diventato protagonista di una delle strategie più discusse per la rimozione della CO₂: l’alterazione potenziata delle rocce (enhanced rock weathering). L’idea è semplice, almeno in teoria: rocce silicatiche frantumate reagiscono con acqua e anidride carbonica, trasformandole in bicarbonati e carbonati stabili. Un processo naturale che, accelerato, potrebbe contribuire a ridurre la concentrazione di CO₂ in atmosfera. I campi da tennis in terra battuta verde, senza volerlo, fanno già qualcosa di simile.
Lo studio
A quantificare questo effetto ci hanno provato Frank J. Pavia e Jonathan E. Lambert, con un lavoro presentato come poster scientifico all’ultimo meeting annuale dell’American Geophysical Union. È la prima volta che qualcuno prova a stimare in modo sistematico quanta CO₂ possano assorbire superfici sportive così comuni.
Il team ha iniziato dal materiale: dimensione dei granuli, composizione chimica, reazioni di alterazione che avvengono quando il basalto è esposto a pioggia, sole e attività biologica. Da lì ha costruito un modello del bilancio del carbonio di un campo tipo, includendo anche un elemento spesso trascurato: le emissioni legate al trasporto del basalto dal sito di lavorazione al campo da gioco.
Il manoscritto completo è attualmente in revisione presso una rivista scientifica; i risultati, quindi, non sono ancora sottoposti a peer review. Ma le stime preliminari sono sufficienti a sollevare più di una domanda.
Secondo le analisi presentate, un campo da tennis in terra battuta verde potrebbe compensare le emissioni legate alla sua realizzazione in pochi anni, in media circa tre o quattro. Superata quella soglia, il campo inizierebbe a funzionare come una piccola spugna di carbonio.
Estendendo il calcolo a migliaia di strutture, l’effetto cumulativo diventa tutt’altro che trascurabile: decine di migliaia di tonnellate di CO₂ sequestrate ogni anno, un impatto paragonabile alla rimozione di migliaia di automobili dalle strade.
Sono stime preliminari, basate su modelli e assunzioni che dovranno essere verificate. Ma il messaggio di fondo è chiaro: l’alterazione potenziata non è confinata a campi agricoli sperimentali o a progetti pilota ad alta tecnologia. Può avvenire anche sotto i piedi di chi sta giocando una partita.
Quando la superficie di gioco diventa una scelta climatica
Il confronto con le superfici più diffuse oggi è impietoso. I campi duri in cemento (standard in molti circoli e tornei) presentano un’impronta di carbonio iniziale molto più elevata. Secondo le stime discusse al meeting AGU, possono arrivare a emettere fino a cinque volte più CO₂ rispetto a un campo in terra battuta verde, senza offrire alcun meccanismo di compensazione chimica nel tempo.
In altre parole: una scelta fatta per ragioni sportive o di manutenzione può avere conseguenze climatiche non banali. Gli stessi autori lo sottolineano: nessuno pensa che i campi da tennis possano risolvere la crisi climatica. L’effetto globale resta limitato, e dipende da variabili come la granulometria del materiale, il clima locale e le pratiche di manutenzione.
Ma il valore dello studio sta altrove. Mostra che superfici urbane già esistenti, costruite per tutt’altro scopo, possono partecipare, anche in modo modesto, alla rimozione del carbonio. E suggerisce che, con scelte progettuali mirate, quell’effetto potrebbe essere aumentato.
Forse il futuro della decarbonizzazione non sarà fatto solo di grandi impianti industriali o tecnologie spettacolari. Forse passerà anche da materiali banali, usati da decenni, che reagiscono lentamente con l’aria e l’acqua mentre qualcuno, ignaro, rincorre una pallina gialla.
La prossima volta che una palla rimbalza più alta su un campo in terra battuta verde, potrebbe non essere solo una questione di gioco.