Circular Economy Act, cos’è e a cosa serve la (futura) nuova legge quadro dell’Ue

Dalla creazione di un mercato unico per le materie prime secondarie agli incentivi per il riuso e il riciclo, la Commissione europea prepara una legge quadro per l’economia circolare
14 Gennaio 2026
3 minuti di lettura
Economia circolare

Passare da un’economia lineare (“prendi-produci-usa-getta”) a un’economia circolare (dove materiali e prodotti vengono tenuti in uso più a lungo possibile e rimessi in circolo come risorse) in tutta l’Unione europea: questo l’obiettivo del Circular Economy Act, la futura legge quadro su cui la Commissione presenterà a fine 2026 una proposta, dopo la consultazione pubblica aperta tra agosto e novembre 2026 per raccogliere contributi di cittadini e stakeholder.

Con questo nuovo framework, Bruxelles punta ad aumentare competitività industriale e sicurezza economica, e a raddoppiare entro il 2030 l’attuale tasso di circolarità europeo, praticamente fermo da anni intorno al 12% (ovvero, poco più di una tonnellata su dieci di materiali utilizzati nell’economia comunitaria proviene da materiali riciclati). Come vuole riuscirci? Incentivando recupero, riciclo e riuso. Una sfida importante, se pensiamo che oggi l’Europa importa più del doppio dei materiali che esporta.

Gli obiettivi del Circular Economy Act

Il CEA sarà dunque una legge quadro organica e coerente che punterà ad accelerare la transizione verso un’economia circolare in tutto il mercato europeo, superando l’attuale frammentazione normativa in tante misure settoriali. L’iniziativa legislativa non si muove comunque nel deserto, ma nel solco del Clean Industrial Deal (di cui rappresenta un pilastro) e del Piano d’azione per l’economia circolare, adottato nel 2015 e aggiornato con un nuovo piano nel marzo 2020. E se quest’ultimo si concentrava soprattutto su rifiuti e riciclo, il Circular Economy Act guarda all’intero sistema economico: come progettiamo, produciamo, usiamo e rimettiamo in circolo beni e materiali. Il punto fondamentale è che i rifiuti sono considerati risorse, e come tali vanno trattati.

Più nel dettaglio, il CEA vuole promuovere un mercato unico per le materie prime secondarie e prodotti circolari, in modo da rendere più sostenibili prodotti e processi, ridurre la dipendenza dalle materie prime strategiche e rafforzare le filiere del riciclo. E intende farlo attraverso:

  • tracciabilità digitale: per migliorare il controllo dei flussi di materiali e combattere il traffico illecito;
  • standardizzazione: allineamento con le norme ISO per rendere misurabili e comparabili le pratiche circolari;
  • incentivi per riuso, condivisione, prestito, riparazione e riciclo di materiali;
  • supporto alle imprese: riduzione degli oneri amministrativi.

L’economia circolare, insomma, dovrà diventare parte integrante del mercato e della strategia industriale europea. E i settori coinvolti sono molteplici, soprattutto quelli ad alta intensità di risorse come elettronica, batterie, imballaggi, plastica, tessili, edilizia, cibo, acqua e nutrienti.

Un mercato delle materie prime secondarie

Lo scopo principale, come detto, è arrivare a creare un mercato unico per materie prime secondarie, intendendo con ciò i materiali ottenuti dal recupero, riciclo o riutilizzo di rifiuti, che sostituiscono (in tutto o in parte) le materie prime vergini nei processi produttivi. Per fare degli esempi:

  • metalli: ferro, acciaio, alluminio, rame, nichel, terre rare;
  • carta: cartone ondulato riciclato;
  • plastica: PET riciclato e PVC;
  • vetro: macinato riciclato (cullet);
  • compost: digestato;
  • tessili: fibre rigenerate;
  • materiali da costruzione: calcestruzzo riciclato a asfalti recuperati.

Per raggiungere l’obiettivo, è necessario rimuovere le barriere normative tra Stati membri e armonizzare le leggi, incentivando offerta, qualità e domanda di materiali riciclati. Finché il costo delle materie prime seconde supererà quello delle risorse vergini, infatti, è chiaro che il mercato continuerà a preferire queste ultime. Fondamentale perciò sarà anche stimolare l’innovazione e la competitività delle filiere europee, nonché mettere mano alla già menzionata tracciabilità dei rifiuti illegali, che attualmente non è sufficientemente efficace contro la dispersione dei materiali.

La revisione della Direttiva Raee

Quella della tracciabilità è una questione che riguarda da vicino i RAEE, i rifiuti elettronici, che contengono materiali critici e preziosi la cui estrazione e recupero sono centrali per la transizione circolare e per l’autonomia strategica dei sistemi produttivi europei. Ricordiamo che Bruxelles punta a raggiungere un tasso di riciclo del 25% dei Critical Raw Materials: una sfida importante, considerando che oggi siamo circa all’1% e che quasi metà dei rifiuti elettronici sfugge ai circuiti ufficiali.

A tal proposito, il Cea dovrebbe rivedere la Direttiva RAEE, vecchia di quasi 20 anni, intervenendo su più fronti: aumentare la raccolta e il recupero di materiali critici dai rifiuti elettronici, armonizzare la normativa WEEE/RAEE a livello europeo, rivedere i criteri per cui un materiale diventa effettivamente una materia prima secondaria (‘end-of-waste’), aggiornare il quadro con nuove tipologie di rifiuti strategici, oltre ovviamente a migliorare tracciabilità e qualità del materiale riciclato.

Una sfida anche ambientale

Sono molte, dunque, le sfide che attendono il nuovo framework europeo, la cui adozione potrebbe arrivare tra il 2027-2028. E non si può dimenticare quella ambientale: l’estrazione e la lavorazione dei materiali, infatti, causano un’enorme perdita della biodiversità terrestre (secondo alcune stime, il 90%) e producono oltre la metà delle emissioni globali di gas serra. Incentivare il riciclo e il riuso, e in generale l’economia circolare, è perciò anche una questione di sostenibilità e di salute.