Un Manifesto per eliminare i Pfas: dalla prevenzione industriale alla tutela dell’acqua potabile

Dal rubinetto alla chimica industriale, la strategia proposta da Utilitalia, Legambiente e Consumers’ Forum per ridurre le sostanze più persistenti dell’era moderna
12 Marzo 2026
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Inquinamento acque

L’acqua che esce dal rubinetto, la giacca impermeabile, la padella antiaderente in cucina. Oggetti quotidiani che difficilmente mettiamo in relazione tra loro e che invece condividono un elemento chimico comune: i Pfas. Una famiglia di sostanze sintetiche utilizzate da decenni nell’industria per le loro proprietà tecniche, oggi al centro di un confronto sempre più serrato tra istituzioni, comunità scientifica e sistema produttivo.

Il tema è tornato al centro dell’agenda pubblica con la presentazione al Senato del Manifesto “Verso l’eliminazione dei Pfas”, promosso da Utilitalia, Legambiente e Consumers’ Forum. Il documento individua alcune direttrici operative per affrontare il problema. Tra le priorità indicate figurano la progressiva sostituzione dei Pfas con alternative più sicure dove disponibili, il rafforzamento delle tecnologie per rimuovere queste sostanze dai sistemi di trattamento delle acque e dei rifiuti, il sostegno alla ricerca su materiali e processi produttivi alternativi e l’applicazione del principio “chi inquina paga”, per evitare che i costi della gestione ricadano sulla collettività.

Il Manifesto richiama inoltre la necessità di un quadro normativo europeo più armonizzato, capace di orientare la transizione industriale verso soluzioni meno impattanti.

Cosa sono i Pfas e perché sono diventati un tema globale

Il termine Pfas indica una vasta famiglia di sostanze per- e polifluoroalchiliche sviluppate a partire dalla metà del Novecento. Non si tratta di una singola molecola ma di migliaia di composti diversi utilizzati dall’industria per proprietà molto specifiche: resistenza al calore, capacità di respingere acqua e grassi, elevata stabilità chimica.

Queste caratteristiche hanno reso i Pfas ingredienti tecnici di numerosi prodotti e processi industriali. Sono impiegati nei rivestimenti antiaderenti, nei tessuti impermeabili, negli imballaggi alimentari resistenti ai grassi, nelle schiume antincendio e in diversi componenti elettronici. Nel tempo il loro utilizzo si è esteso a una pluralità di filiere produttive, diventando una presenza diffusa in molti oggetti di uso quotidiano.

Proprio la stabilità molecolare che ne ha favorito la diffusione è oggi al centro delle preoccupazioni ambientali. I legami tra carbonio e fluoro che caratterizzano queste sostanze sono tra i più resistenti della chimica organica, e questo rende i Pfas particolarmente persistenti una volta dispersi nell’ambiente.

Come ricordano i promotori del Manifesto, “i Pfas, un gruppo di oltre 10mila sostanze chimiche sintetiche utilizzate per la produzione di materiali resistenti e durevoli, sono ampiamente presenti in rivestimenti e prodotti di uso quotidiano. La loro elevata stabilità chimica li rende persistenti nell’ambiente e difficili da degradare, con conseguenze rilevanti per la salute dei cittadini e per la gestione dei servizi pubblici”.

Negli ultimi anni numerosi studi hanno rilevato la presenza di Pfas nelle acque, nei suoli e in diverse matrici biologiche. Questo ha portato diverse istituzioni scientifiche e autorità regolatorie a rafforzare il monitoraggio e a rivedere i limiti di esposizione, alimentando un confronto sempre più intenso sulla necessità di ridurne l’utilizzo e accelerare la ricerca di alternative tecnologiche.

Il nodo dell’acqua

Tra i punti più concreti affrontati dal Manifesto c’è la questione dell’acqua potabile. Quando i Pfas entrano nei corpi idrici o nelle falde sotterranee, la loro rimozione diventa una sfida tecnica complessa. Per questo motivo negli ultimi anni il settore idrico ha intensificato il monitoraggio e aggiornato i sistemi di trattamento utilizzati negli impianti.

Garantire acqua potabile sicura richiede analisi costanti e tecnologie in grado di intercettare molecole persistenti. Alcuni impianti utilizzano filtri a carbone attivo granulare, altri resine a scambio ionico o combinazioni di più sistemi. Si tratta di tecnologie avanzate progettate proprio per trattenere contaminanti difficili da rimuovere.

Il lavoro dei gestori del servizio idrico non si limita alla fase di trattamento. Monitorare le fonti di approvvigionamento e controllare la qualità dell’acqua distribuita rappresenta un’attività continua. Barbara Marinali, vicepresidente vicario di Utilitalia, ha ricordato il lavoro già avviato dal settore: “I gestori del servizio idrico monitorano costantemente la presenza dei Pfas nelle acque che distribuiscono e hanno avviato investimenti importanti per il loro abbattimento, avvalendosi delle migliori tecnologie disponibili a tutela della salute pubblica”.

Il punto, tuttavia, non riguarda solo la tecnologia. Trattare l’acqua contaminata significa intervenire quando il problema è già presente nell’ambiente. Questo comporta costi elevati e infrastrutture sempre più sofisticate. Per questo il Manifesto insiste sulla necessità di intervenire soprattutto sulla prevenzione.

Marinali ha richiamato esplicitamente il principio che dovrebbe guidare questo percorso: “Sono necessarie l’eliminazione totale dei Pfas e l’applicazione del principio ‘chi inquina paga’: i costi non possono ricadere esclusivamente sugli operatori dei servizi idrici, quindi sulle tariffe a carico dei cittadini”. Il tema della responsabilità economica diventa quindi uno degli snodi principali del confronto.

Quando l’inquinamento diventa una questione territoriale

In Italia il dibattito sui Pfas si è intensificato anche a partire dalle esperienze di alcuni territori interessati da contaminazioni diffuse. Le indagini ambientali avviate negli ultimi anni hanno individuato la presenza di queste sostanze in diverse aree del Paese, con conseguenze dirette sulla gestione delle risorse idriche.

Il caso più noto riguarda un’ampia zona del Veneto dove la presenza di Pfas nelle falde ha coinvolto numerosi comuni. Da quella vicenda sono nati programmi di monitoraggio sanitario, interventi sugli acquedotti e un ampio confronto pubblico sulla gestione delle sostanze chimiche persistenti.

Situazioni di questo tipo hanno contribuito a rendere il tema più visibile anche a livello nazionale. Le comunità locali, spesso attraverso associazioni e comitati civici, hanno chiesto maggiore trasparenza sui dati ambientali e interventi più rapidi per la messa in sicurezza delle risorse idriche.

Le organizzazioni ambientaliste hanno seguito da vicino molte di queste vicende. Legambiente, tra i promotori del Manifesto, ha portato avanti negli anni diverse iniziative nei territori interessati. Il presidente nazionale dell’associazione, Stefano Ciafani, ha sottolineato il valore della collaborazione avviata con Utilitalia e Consumers’ Forum.

“Il Manifesto rappresenta per Legambiente un nuovo e importante punto di partenza: l’avvio di una collaborazione che rafforza e rinnova l’impegno dell’associazione nel contrastare la piaga dei Pfas, in piena continuità con le vertenze che da anni portiamo avanti nei territori maggiormente colpiti”.

“Vogliamo trasformare l’esperienza maturata sul campo in un’azione condivisa e capace di incidere in modo strutturale, assumendoci una responsabilità chiara verso comunità, ambiente e generazioni future”, ha aggiunto Ciafani.

La partita europea tra regolazione e innovazione industriale

Il confronto sui Pfas si gioca sempre più su scala europea. L’Unione europea ha avviato negli ultimi anni una revisione delle politiche sulle sostanze chimiche con l’obiettivo di limitare l’uso dei composti più persistenti e potenzialmente rischiosi.

Lo strumento principale è il regolamento Reach (Registrazione, Valutazione, Autorizzazione e Restrizione delle sostanze chimiche) attraverso cui l’Ue valuta i rischi delle sostanze utilizzate nell’industria. Nel caso dei Pfas, diversi Paesi europei hanno presentato una proposta di restrizione che potrebbe ridurre in modo significativo il loro utilizzo nei prossimi anni.

Il documento richiama anche la necessità di rafforzare la regolazione europea, basandola sul principio di precauzione. Secondo i promotori, una cornice normativa chiara è fondamentale per orientare le scelte industriali e favorire lo sviluppo di alternative tecnologiche.

Tra le azioni indicate figurano l’eliminazione progressiva dei Pfas dove esistono soluzioni sostitutive, il sostegno alla ricerca scientifica e il rafforzamento delle tecnologie per il trattamento delle acque e dei rifiuti. Il documento propone anche strumenti finanziari per accompagnare le imprese nella transizione verso processi produttivi meno dipendenti da queste sostanze.

In questo percorso anche le organizzazioni dei consumatori sono chiamate a svolgere un ruolo attivo. Furio Truzzi, presidente di Consumers’ Forum, ha spiegato che l’obiettivo è allargare progressivamente la rete dei soggetti coinvolti.

“Lo scopo comune, insieme a Utilitalia e Legambiente, è quello di contribuire a diffondere la sostenibilità ambientale e sociale e nella tutela dei diritti dei cittadini, promuovendo iniziative comuni per ridurre e sostituire i Pfas, consapevoli che la portata di questa sfida richieda il contributo più ampio possibile”.

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