Non è più solo un’allerta meteo. Da settimane un susseguirsi di tempeste senza precedenti, il periodo più lungo a memoria d’uomo, sta martellando la Penisola Iberica, lasciandosi alle spalle una scia di 16 morti, migliaia di sfollati e danni per oltre 775 milioni di euro. Ma l’emergenza non si ferma ai confini atlantici: in Italia, la ferita di Niscemi racconta la stessa identica storia di fragilità e ritardi.
Il collasso iberico e le dimissioni della ministra
In Portogallo, la furia degli eventi ha trasformato il paesaggio: l’autostrada A1, spina dorsale del Paese, è parzialmente crollata vicino a Coimbra dopo il cedimento di un argine del fiume Mondego. Il fenomeno, alimentato da un cosiddetto “fiume atmosferico” (un corridoio di vapore acqueo tropicale), ha messo in ginocchio la rete elettrica, lasciando 33.000 persone al buio.
Il prezzo politico non si è fatto attendere: la ministra dell’Interno portoghese, Maria Lúcia Amaral, si è dimessa e ha ammesso di non avere più le condizioni per gestire un’emergenza che l’opposizione definisce “il fallimento di un intero sistema”.
Intanto in Spagna, l’allerta rossa per la tempesta “Nils” ha portato onde di 9 metri e raffiche oltre i 105 km/h, paralizzando l’aeroporto di Barcellona.

L’Italia e il fango di Niscemi
Mentre l’Atlantico infuria, il Mediterraneo risponde con il ciclone Harry. In Sicilia, il caso di Niscemi è emblematico: una frana devastante nel quartiere Santa Croce, a Caltanissetta, ha trasformato 891 edifici in una “zona rossa” vietata, costringendo 1.539 persone ad abbandonare le proprie case.
Il governatore Renato Schifani ha dovuto istituire un fondo straordinario da 558 milioni di euro per far fronte ai danni combinati della frana e del ciclone. “Non serve solo vicinanza, ma atti concreti”, ha dichiarato consegnando i primi alloggi agli sfollati, mentre droni e satelliti monitorano un terreno che continua a scivolare.
L’accusa degli esperti: “Siamo fermi all’Ottocento”
Al di là della conta dei danni, emerge una verità scomoda. L’architetto Nuno Martins riferisce che molte vittime in Portogallo sono morte cadendo dai tetti nel tentativo disperato di ripararli. Ma è il fisico Pedro Matos Soares a lanciare l’accusa più pesante: “Gestiamo il territorio con una pianificazione ferma al XIX secolo o alla prima metà del XX”. Secondo Soares, l’Europa sta combattendo un clima del futuro con armi obsolete: le infrastrutture attuali non sono state progettate per l’intensità delle piogge e dei venti che stiamo vedendo oggi.
E, in Sicilia, il Procuratore capo di Gela, in provincia di Caltanissetta, Salvatore Vella ha aperto un fascicolo per disastro colposo e danneggiamento. In questi giorni, Vella si è recato a valle della frana di Niscemi, insieme con il pool di forze dell’ordine e di consulenti del pm, docenti e geologi, che dovranno fare le loro valutazioni nell’ambito dell’inchiesta, per il momento contro ignoti.
Le tragedie di questi giorni in Portogallo, Spagna e in Sicilia dimostrano che la sfida della sostenibilità non è più una scelta ideologica, ma una necessità di sopravvivenza. Senza una radicale revisione delle infrastrutture e della gestione del rischio, l’Europa continuerà a inseguire emergenze che la scienza aveva già ampiamente previsto.