L’acqua in Italia continua a segnare uno scarto profondo tra disponibilità, servizio e usi economici. Il focus diffuso dall’Istat in occasione della Giornata mondiale dell’acqua (22 marzo) fissa alcuni punti essenziali: nel 2024 il volume prelevato per uso potabile scende a 8,87 miliardi di metri cubi, il livello più basso degli ultimi venticinque anni, ma il Paese resta ai primi posti in Europa per quantità di acqua dolce captata a fini potabili. Alla riduzione dei volumi non corrisponde una riduzione uniforme delle criticità: in diverse aree del Paese il servizio resta esposto a razionamenti, irregolarità e forte pressione sulle fonti.
La fotografia si definisce soprattutto quando il dato nazionale viene scomposto. Nei capoluoghi di provincia e città metropolitana oltre un milione di residenti è stato coinvolto nel 2024 da misure di razionamento. Nel 2025 2,7 milioni di famiglie dichiarano irregolarità nell’erogazione domestica. Nello stesso tempo cresce il numero delle aziende agricole che segnala difficoltà irrigue e resta elevata la quota di famiglie che non si fida a bere l’acqua del rubinetto. Il tema riguarda insieme infrastrutture, gestione industriale, organizzazione dei territori e rapporto quotidiano dei cittadini con il servizio.
Il quadro nazionale
Nel 2024 il volume di acqua prelevata per uso potabile in Italia si attesta a 8,87 miliardi di metri cubi, il 3% in meno rispetto al 2022. Secondo l’Istat è il valore più basso registrato negli ultimi venticinque anni. Il dato comprende l’acqua destinata agli usi domestici della popolazione, ma anche quella impiegata da piccole imprese, alberghi, attività commerciali e produttive collegate alla rete urbana, oltre agli usi pubblici. Il prelievo giornaliero corrisponde a circa 24,2 milioni di metri cubi, pari a 411 litri per abitante al giorno, sostenuti da una rete di approvvigionamento che conta circa 37.400 fonti attive sul territorio nazionale.
La distribuzione territoriale dei prelievi conferma il peso dei grandi distretti idrografici e delle regioni più popolose o con maggiore capacità di captazione. Il distretto del fiume Po concentra 2,73 miliardi di metri cubi, pari al 30,8% del totale nazionale. Segue l’Appennino meridionale con 2,18 miliardi, il 24,6% del totale. A livello regionale il volume più elevato si registra in Lombardia con 1,42 miliardi di metri cubi, davanti al Lazio con 1,12 miliardi e alla Campania con 830 milioni. Molto ampia la forbice nei valori pro capite: si passa da circa 100 litri per abitante al giorno in Puglia a oltre 1.700 litri in Molise, dove pesano anche gli scambi idrici interregionali diretti verso aree limitrofe con minore disponibilità.
L’elemento strutturale del sistema italiano resta il ricorso alle acque sotterranee. Nel 2024 l’84,8% del prelievo per uso potabile deriva da sorgenti e pozzi, mentre il 15,1% proviene da acque superficiali. La quota di acqua marina dissalata resta residuale, 9,2 milioni di metri cubi, pari allo 0,1% del totale, concentrata soprattutto in Sicilia per l’approvvigionamento delle isole minori. In quasi tutti i distretti idrografici le fonti sotterranee rappresentano oltre tre quarti del prelievo. Fanno eccezione soltanto alcune aree dove è più forte il ricorso a invasi e acque superficiali, come la Sardegna e parte dell’Appennino meridionale.
Il confronto europeo colloca l’Italia in una posizione peculiare. Da oltre vent’anni il Paese è al primo posto nell’Unione europea per volume di acqua dolce prelevata a fini potabili da corpi idrici superficiali e sotterranei. Francia e Germania seguono a distanza, con volumi attorno ai 5,3 miliardi di metri cubi pur a fronte di una popolazione superiore. Anche il dato pro capite resta elevato: con 150 metri cubi annui per abitante l’Italia è seconda solo all’Irlanda. La maggioranza dei Paesi Ue si colloca invece tra 45 e 90 metri cubi annui per abitante. Il profilo italiano è quindi caratterizzato da un livello di prelievo molto alto sia in valore assoluto sia per abitante, insieme a una forte dipendenza dalle falde.
La contrazione dei volumi osservata dal 2018 in avanti va letta dentro questo contesto. L’Istat segnala che il calo riflette da un lato la riduzione della disponibilità di alcune fonti, i problemi infrastrutturali e i razionamenti imposti in diverse aree del Paese, dall’altro alcuni miglioramenti locali nell’efficienza delle reti, nella riduzione delle perdite e nelle attività di monitoraggio. Sullo sfondo agiscono anche le dinamiche demografiche, con il calo della popolazione e l’aumento dell’età media. Il dato complessivo, dunque, non descrive un solo fenomeno ma l’effetto combinato di fattori climatici, strutturali e gestionali.
Continuità del servizio
La parte più critica del quadro emerge nella distribuzione. Nel 2024 le misure di razionamento dell’acqua potabile nei capoluoghi di provincia e città metropolitana hanno interessato oltre un milione di residenti, pari al 5,8% della popolazione complessiva dei capoluoghi. Nel 2023 i residenti coinvolti erano circa 760 mila. Aumenta anche il numero dei Comuni interessati, da 14 a 17. Le criticità si concentrano quasi interamente nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, dove i residenti coinvolti arrivano a 726.230, quasi la metà della popolazione residente nei capoluoghi dell’isola.
Le situazioni più gravi si registrano in alcuni capoluoghi dove il razionamento ha interessato l’intero territorio comunale o quote molto ampie di popolazione. Ad Agrigento l’erogazione è stata sospesa per 209 giorni e ridotta per altri 157, con turnazioni settimanali differenziate per zona. A Vibo Valentia le sospensioni si sono protratte nelle ore notturne per tutto l’anno. A Enna i razionamenti hanno riguardato 275 giorni. A Trapani l’erogazione è stata sospesa per 165 giorni e ridotta per altri 28. In diversi casi si è fatto ricorso ad autobotti comunali e a sistemi sostitutivi di approvvigionamento. Tra i capoluoghi con criticità molto estese figurano anche Caltanissetta, Chieti, Cosenza, Messina, Palermo, Campobasso e Potenza.
L’Istat collega questo peggioramento a una pluralità di fattori: obsolescenza delle infrastrutture acquedottistiche, deficit di precipitazioni soprattutto nel Sud e nelle Isole, diminuzione della disponibilità idrica negli invasi e temperature molto elevate. In Sicilia il quadro ha portato nel 2024 alla dichiarazione dello stato di emergenza. La contrazione della risorsa disponibile ha inciso in modo diretto sulla continuità del servizio, con un’estensione dei giorni di sospensione e riduzione dell’erogazione superiore a quella registrata nell’anno precedente.
Accanto ai dati osservati sui capoluoghi, l’indagine sulle famiglie consente di misurare la percezione del servizio a scala domestica. Nel 2025 il 10,2% delle famiglie italiane, pari a 2,7 milioni, dichiara di aver riscontrato irregolarità nell’erogazione dell’acqua nell’abitazione. La quota cresce di 1,5 punti percentuali rispetto al 2024. Oltre due terzi di queste famiglie risiedono nel Mezzogiorno. La Calabria è la regione più esposta, con il 37,3% delle famiglie che segnala problemi di erogazione, seguita da Abruzzo e Sicilia rispettivamente con il 30,3% e il 29,5%. Nel Nord il fenomeno riguarda circa il 3% delle famiglie, nel Centro l’8,4%.
Il disservizio non ha una sola forma. A livello nazionale, tra le famiglie che lamentano irregolarità, il 38% parla di un problema continuativo durante l’anno, il 31,7% lo colloca nei mesi estivi e il 28,8% lo descrive come sporadico. La differenza territoriale si riflette anche nei livelli di soddisfazione per il servizio idrico. Nel 2025 l’84,6% delle famiglie allacciate alla rete comunale si dichiara molto o abbastanza soddisfatto, ma la quota supera il 90% al Nord e scende al 68% nelle Isole. I livelli più bassi si registrano in Calabria, Sicilia, Abruzzo e Sardegna.
Alla continuità del servizio si lega il tema della fiducia nell’acqua del rubinetto. Nel 2025 le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l’acqua di rete sono il 29,9% del totale. Il dato è in lieve crescita rispetto al 2024, pur restando inferiore ai livelli registrati nei primi anni Duemila. Anche qui le differenze geografiche sono marcate: in Sicilia la quota sale al 57,6%, in Sardegna al 52,1%, in Calabria al 44,6%. Nello stesso anno il 74,4% delle famiglie valuta molto o abbastanza soddisfacente la qualità dell’acqua in termini di odore, sapore e limpidezza, ma il dato è in calo rispetto agli anni precedenti.
Il ricorso all’acqua minerale resta molto diffuso. Nel 2025 l’83,3% della popolazione residente di 11 anni e più consuma almeno mezzo litro di acqua minerale al giorno. L’Umbria registra la quota più alta, il 92,1%, mentre la provincia autonoma di Bolzano si colloca al livello più basso, il 53,9%. In parallelo si osserva una crescente attenzione ai comportamenti di risparmio domestico. Secondo l’Osservatorio sugli usi e consumi idrici in ambito domestico promosso da SodaStream, nel 2026 il 90% degli italiani dichiara di adottare pratiche di risparmio idrico, contro l’80% rilevato nella prima edizione. Restano però minoritarie le scelte che comportano interventi strutturali: soltanto il 20% dichiara di avere installato rubinetteria di ultima generazione.
La filiera economica dell’acqua
Il sistema idrico si misura anche nella dimensione economica. Nel 2023 la produzione di beni e servizi finalizzati alla gestione delle acque reflue e dell’acqua ha raggiunto i 15 miliardi di euro a prezzi correnti, con un aumento dello 0,5% rispetto al 2022. Il valore aggiunto generato dal comparto è pari a 6,2 miliardi di euro, in diminuzione dell’1,3%, e corrisponde allo 0,3% del Pil italiano. La quasi totalità della produzione, il 95%, riguarda beni e servizi destinati alla gestione delle acque reflue. Solo il 5% è riferito alle attività finalizzate a rendere più efficiente il prelievo di acqua, ridurre le perdite nella distribuzione e preservare lo stock di risorse idriche.
Dentro la componente principale pesano soprattutto i servizi di fognatura e depurazione, comprese manutenzioni e installazioni di impianti, che valgono 10,6 miliardi di euro. Una quota rilevante riguarda poi la produzione di apparecchi e strumenti per l’analisi e il filtraggio degli inquinanti, veicoli e carboni attivi, per un valore di 1,6 miliardi, di cui oltre due terzi destinati all’export. Seguono la realizzazione di reti fognarie e impianti di trattamento delle acque reflue e i servizi di consulenza, ingegneria, architettura, amministrazione e controllo.
La spesa complessiva per i servizi di gestione delle acque reflue si attesta nel 2023 a 13,5 miliardi di euro, con un incremento dell’1% rispetto al 2022. Le imprese sostengono il 71% della spesa totale, le famiglie il 19%, la Pubblica amministrazione e il settore non profit il 10%. Il 71,4% della spesa è destinato all’uso di servizi di depurazione da parte di imprese, famiglie e amministrazioni, il 21,3% a investimenti e il 7,3% a servizi forniti a beneficio dell’intera collettività, come regolazione, informazione, comunicazione e amministrazione.
Le imprese, con 9,6 miliardi di euro, rappresentano la componente più consistente della domanda di servizi di gestione dei reflui. La loro spesa cresce del 4,3% rispetto al 2022 ed è composta soprattutto da acquisti di servizi di depurazione da terzi e da investimenti realizzati dai produttori di servizi e dalle imprese industriali per ridurre l’inquinamento dei propri reflui. Le famiglie spendono 2,6 miliardi di euro per l’uso dei servizi di depurazione, con un aumento del 2,3%. Sul piano della percezione, il 39,6% delle famiglie considera elevati i costi sostenuti per l’erogazione dell’acqua, con quote più alte nelle Isole, nel Centro e nel Sud.
Accanto alla gestione del servizio idrico e dei reflui resta rilevante il comparto delle acque minerali. Nel 2023 sono stati prelevati quasi 19 milioni di metri cubi di acque minerali naturali a fini di produzione, un volume sostanzialmente stabile rispetto al 2022. Oltre la metà del totale si concentra al Nord, con il 53,7%, mentre il Sud pesa per il 22,9%. Lombardia e Piemonte guidano con 3,8 e 3,3 milioni di metri cubi, seguite da Veneto, Campania e Umbria. L’indicatore di intensità di estrazione raggiunge a livello nazionale circa 63 metri cubi per chilometro quadrato, con valori molto più alti nel Nord-Ovest.
Acqua per l’agricoltura
La prima edizione dell’Indagine multiscopo dell’agricoltura inserita nel focus Istat consente di leggere con maggiore precisione la relazione tra risorsa idrica e settore primario. Nell’annata agraria 2022-2023 la superficie agricola irrigabile in Italia ammonta a 3,575 milioni di ettari, di cui il 66,2% concentrato al Nord. Le aziende agricole dotate di impianti per l’irrigazione sono oltre 397 mila. Le regioni del Nord, soprattutto quelle del Nord-Est, risultano molto più attrezzate rispetto alle altre aree del Paese. Valle d’Aosta e provincia autonoma di Trento superano l’80% di aziende dotate di impianti irrigui, mentre Molise e Marche si fermano attorno al 10%.
Tra le aziende che dispongono di impianti irrigui, il 71,5% li ha effettivamente utilizzati nel corso dell’annata agraria. Nel 2023 risultano irrigati circa 2,193 milioni di ettari, pari al 18% della superficie agricola utilizzata. Le quote più elevate di superficie irrigabile e irrigata rispetto alla superficie agricola utilizzata si osservano soprattutto nel Nord-Ovest, in particolare in Lombardia e Veneto. Il rapporto tra superfici potenzialmente irrigabili e superfici effettivamente irrigate varia però in modo sensibile da regione a regione, anche in funzione delle condizioni meteorologiche.
La fonte di approvvigionamento principale resta, a livello nazionale, l’acquedotto, il consorzio di irrigazione e bonifica o altro ente irriguo, utilizzato per irrigare il 61,3% delle superfici irrigate. Le acque sotterranee all’interno o nelle vicinanze dell’azienda coprono il 26,4%, le acque superficiali il 10%. Molto limitato resta l’uso di acque reflue trattate, fermo allo 0,4%. Le differenze territoriali sono però molto marcate. Nel Centro e nel Sud prevalgono le forme di autoapprovvigionamento, che coprono rispettivamente il 69,2% e il 49,8% delle superfici irrigate. In Toscana questa modalità arriva all’83,3%.
Il dato più rilevante riguarda la diffusione delle difficoltà irrigue. Nel 2024 oltre il 90% delle aziende agricole italiane segnala problemi connessi all’irrigazione. La quota sale al 97,5% nel Sud e al 98,8% nelle Isole, con una punta del 99,2% in Sicilia. Anche nelle altre ripartizioni i valori restano elevati: 89,3% nel Nord-Ovest, 81,1% nel Centro, 68,1% nel Nord-Est. Oltre il 70% delle aziende con problemi irrigui opera nel Mezzogiorno. La Puglia rappresenta il 18,9% del totale nazionale delle aziende in difficoltà, la Sicilia il 22%.
L’Istat evidenzia in particolare uno squilibrio strutturale in alcune regioni del Mezzogiorno. In Puglia e in Sicilia la quota di aziende con criticità irrigue supera il peso agricolo regionale, indicando una pressione più elevata della scarsità idrica rispetto alla dimensione del comparto. Il confronto tra Sicilia e Sardegna mostra con chiarezza la differenza: pur disponendo di una superficie agricola simile, la Sicilia concentra oltre il 77% delle aziende vulnerabili della macroarea insulare, mentre la Sardegna presenta percentuali più contenute.
La dimensione aziendale incide in modo diretto sulla vulnerabilità. A livello nazionale il 58,9% delle aziende che segnalano problemi irrigui ha una superficie agricola utilizzata fino a 10 ettari. Nel Sud la quota sale al 72,2%. Le aziende di media dimensione pesano meno di un quarto del totale, mentre quelle con oltre 50 ettari rappresentano il 5,9%. Tra le imprese che investono, il 48% delle piccole destina risorse all’efficientamento della gestione idrica, contro il 37,5% delle medie e il 14,5% delle grandi. Nel Mezzogiorno questi investimenti risultano più strettamente connessi alla necessità di rispondere a criticità già presenti sul territorio, mentre nel Centro e nel Nord prevalgono orientamenti più legati all’efficienza produttiva, alla multifunzionalità e al posizionamento sul mercato.