A Roma basta un albero che cede per trasformare il verde in imputato. Il crollo di un pino ai Fori Imperiali, le discussioni sui cipressi del Mausoleo di Augusto, le ordinanze urgenti di abbattimento: la gestione del patrimonio arboreo urbano torna ciclicamente al centro dell’attenzione pubblica. Il riflesso è immediato – tagliare, prevenire, eliminare il rischio – mentre resta sullo sfondo una domanda più ampia: quale funzione attribuiamo oggi agli alberi nelle città italiane.
Il confronto si concentra quasi esclusivamente sulla sicurezza. È un tema reale, che coinvolge responsabilità amministrative, costi di manutenzione, contenziosi. Ma ridurre il verde urbano a potenziale pericolo significa trascurare un dato strutturale: in un contesto di cambiamento climatico e di crescente fragilità idrogeologica, gli alberi non sono arredo, bensì dispositivi ambientali con effetti misurabili su salute pubblica, qualità dell’aria e gestione delle acque.
Quando un albero cade
Il dibattito romano si è riacceso dopo episodi che hanno riportato alla ribalta la questione della stabilità degli alberi in centro storico. Ogni cedimento produce un effetto amplificato: immagini, indignazione, richieste di interventi drastici. Stefano Mancuso, professore ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze e tra i massimi esperti mondiali di neurobiologia vegetale, ha richiamato la necessità di valutare il rischio in termini comparativi. “Quando noi sentiamo delle notizie come quelle di un albero che cade… quasi sempre c’è un’ondata di indignazione”, ha osservato durante la lectio magistralis “Fitopolis – La città futura” organizzata dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia, ricordando che altre cause di mortalità urbana hanno dimensioni incomparabilmente maggiori.
Secondo i dati Istat 2023, gli incidenti stradali in Italia hanno provocato oltre 3.000 morti in un anno e più di 220.000 feriti. Le vittime riconducibili alla caduta di alberi sono numericamente residuali. Il confronto non serve a minimizzare, ma a inquadrare il fenomeno nella scala reale dei rischi urbani. Mancuso lo ha chiarito: “Non voglio dire che non bisogna stare attenti, che non bisogna monitorare la vegetazione urbana”, ma che la percezione collettiva non tiene conto dei benefici prodotti dagli alberi.
Quei benefici sono oggetto di stime consolidate. L’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) evidenzia che l’aumento della copertura arborea riduce la concentrazione di inquinanti atmosferici e contribuisce all’assorbimento di anidride carbonica. Il Joint Research Centre della Commissione europea ha documentato come il verde urbano limiti il ruscellamento superficiale durante eventi meteorici intensi, favorendo l’infiltrazione nel suolo. In città dove l’impermeabilizzazione è elevata (a Roma supera il 30% del territorio comunale secondo Ispra) la presenza di alberi incide direttamente sulla gestione delle piogge estreme.
Riforestare le città
Nella prassi amministrativa e progettuale, il verde viene ancora trattato prevalentemente come elemento di completamento. Mancuso contesta questo approccio: “Il verde viene quasi sempre percepito o utilizzato esclusivamente in qualità di decoro”. La definizione alternativa è più impegnativa: infrastruttura naturale. Infrastruttura significa componente essenziale, integrata nella pianificazione urbana al pari di reti idriche o sistemi di trasporto.

L’effetto più immediato è la regolazione microclimatica. L’evapotraspirazione e l’ombreggiamento riducono la temperatura delle superfici e dell’aria circostante. L’Agenzia europea dell’ambiente stima che le aree con elevata copertura vegetale possano registrare differenze di diversi gradi rispetto ai quartieri densamente asfaltati. In un Paese come l’Italia, dove secondo Eurostat oltre il 24% della popolazione ha più di 65 anni, la mitigazione delle temperature urbane assume un rilievo sanitario.
Il nodo è quantitativo. “Non quei 4, 5, 6, 10, 20 mila alberi che normalmente le amministrazioni pubblicizzano”, ha affermato Mancuso, “ma dovrebbero piantarne centinaia di migliaia, milioni”. L’ordine di grandezza cambia la prospettiva: non interventi simbolici, bensì programmi di riforestazione urbana su larga scala. Diverse città europee, da Parigi a Madrid, hanno avviato piani pluriennali per incrementare in modo significativo la copertura arborea, collegandoli agli obiettivi di adattamento climatico previsti dalle strategie nazionali ed europee.
Ridurre l’asfalto per aumentare il verde
La questione più controversa riguarda dove collocare un numero così elevato di nuovi alberi in contesti già saturi. La proposta avanzata da Mancuso interviene su una delle componenti più estese e impermeabili della città: le strade. “Il 20% delle strade che noi oggi utilizziamo per il traffico veicolare in ambito urbano potrebbe essere tranquillamente eliminato”, ha dichiarato, suggerendo la loro conversione in superfici permeabili alberate.
A Roma il tasso di motorizzazione supera le 600 auto ogni 1.000 abitanti, secondo i dati Aci. La mobilità privata occupa una quota rilevante dello spazio pubblico. Ridurre le carreggiate o pedonalizzare assi secondari significherebbe redistribuire metri quadrati tra traffico, trasporto pubblico, ciclabilità e verde. Non è una scelta tecnica neutra, ma una decisione politica che ridefinisce gerarchie urbane consolidate.
La deimpermeabilizzazione non produce solo effetti termici. Restituire suolo permeabile favorisce l’assorbimento delle piogge e riduce la pressione sulle reti fognarie durante precipitazioni intense, fenomeno in aumento secondo i rapporti Ispra sul dissesto idrogeologico. In una città che alterna lunghi periodi di siccità a piogge concentrate e violente, la gestione dell’acqua diventa parte integrante della pianificazione verde.
Verde indoor
Il cambiamento non riguarda soltanto lo spazio aperto. Mancuso ha posto una questione che investe l’intero sistema edilizio: l’assenza quasi totale di piante negli edifici pubblici. “Avete mai visto piante dentro gli ospedali, dentro le chiese, dentro le caserme, dentro le scuole?”, ha chiesto. “Non c’è nessun problema tecnico. È un problema semplicemente culturale”. L’idea di separazione netta tra costruito e vegetale condiziona la progettazione contemporanea.
Numerosi studi internazionali hanno evidenziato l’impatto positivo della presenza di vegetazione negli ambienti interni su stress, concentrazione e qualità dell’aria. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità sugli ambienti salubri includono la promozione di spazi verdi accessibili e integrati nel tessuto urbano. In Italia, tuttavia, l’inserimento sistematico del verde negli edifici pubblici resta sporadico, affidato a iniziative singole più che a indirizzi strutturali.
In una città come Roma, dove il patrimonio storico impone vincoli stringenti, la sfida è coniugare tutela monumentale e adattamento ambientale. L’alternativa non è tra conservazione e alberi, ma tra modelli urbani differenti. Considerare il verde come infrastruttura comporta pianificazione, mappature puntuali del rischio, investimenti continuativi in manutenzione e un diverso uso dello spazio pubblico. Il confronto aperto dagli episodi recenti rimette al centro una questione di fondo: quale città si intende costruire nei prossimi decenni, e quale ruolo attribuire agli alberi in questa traiettoria.