Stop alla macellazione di cavalli e asini: il Parlamento verso il divieto

Proposte bipartisan per riconoscere cavalli, muli e pony come animali d’affezione. Previste pene fino a tre anni e multe da 100 mila euro
16 Febbraio 2026
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Cavallo asino

La carne di cavallo divide l’Italia da anni, ma questa volta il confronto entra nel perimetro della legge. Vietare la macellazione di cavalli, asini, muli, pony e bardotti e riconoscerli come animali da affezione: la proposta è ora sul tavolo del Parlamento e punta a chiudere definitivamente la stagione della carne equina nel nostro Paese.

L’iniziativa è bipartisan. In Senato, in commissione Ambiente, è incardinato un testo firmato dalle deputate Susanna Cherchi (M5S) e Luna Zanella (Avs). Alla Camera procede l’AC 48, presentato da Michela Vittoria Brambilla (Noi Moderati), che mira a ridefinire lo status giuridico degli equidi, sottraendoli alla destinazione alimentare. Un passaggio che, se approvato, inciderebbe su filiere, tradizioni e assetti economici ancora attivi, seppur ridimensionati.

La stretta normativa sugli equidi

Il cuore della proposta è il riconoscimento degli equidi come animali da affezione (No Dpa – Non Destinato alla Produzione Alimentare) e il conseguente divieto di macellazione, esportazione per macello, vendita e consumo delle carni. Non una semplice restrizione, ma un cambio di categoria giuridica. Chi allevasse equidi con finalità di macellazione rischierebbe la reclusione da tre mesi a tre anni e multe fino a 100 mila euro. La pena aumenterebbe di un terzo nel caso di effettiva immissione in commercio delle carni.

Il testo prevede inoltre l’obbligo di registrazione e identificazione tramite microchip entro due mesi dall’entrata in vigore della norma, con l’obiettivo di rafforzare la tracciabilità e ridurre margini di elusione. Una misura che interviene in un ambito già regolato da norme europee, ma che mira a prevenire triangolazioni e cambi di destinazione d’uso.

L’AC 48 presentato da Michela Vittoria Brambilla si articola in 13 articoli e amplia il raggio d’azione: oltre alla macellazione e all’esportazione a tale scopo, vieta l’utilizzo in spettacoli pericolosi o stressanti, lo sfruttamento eccessivo e l’impiego in esperimenti scientifici, inclusa la clonazione. È prevista anche la creazione di un fondo da sei milioni di euro per sostenere la riconversione degli allevamenti verso attività alternative, come centri di recupero o turismo equestre. Un tentativo di attenuare l’impatto economico di una chiusura definitiva della filiera alimentare equina.

Un mercato in contrazione che pesa ancora

Il terreno su cui si muove la proposta è meno esteso rispetto al passato, ma non marginale. Secondo l’Istat, le macellazioni di equidi sono passate da oltre 70 mila capi annui nel 2012 a circa 22 mila nel 2024. Una riduzione consistente, che segnala un cambiamento nelle abitudini di consumo e nella struttura del comparto.

Eppure l’Italia resta tra i principali Paesi europei per consumo di carne equina e detiene il primato mondiale per numero di importazioni, come evidenziato dall’ultimo report di Animal Equality Italia. Nel 2024 i capi macellati nel nostro Paese sono stati circa 17 mila secondo l’organizzazione, dato che evidenzia possibili scarti nei sistemi di rilevazione ma conferma un settore ancora attivo.

Il consumo è concentrato in una fascia ristretta della popolazione. Un sondaggio Ipsos pubblicato a maggio indica che solo il 17% di chi consuma carne mangia cavallo almeno una volta al mese. Tra chi non la consuma, il 42% motiva la scelta con un sentimento di empatia verso questi animali e il 31% li considera animali da compagnia. La distanza tra percezione sociale e assetto normativo è uno degli argomenti centrali dei promotori della legge.

Sul piano territoriale, Lombardia e Puglia risultano tra le regioni con maggiore consumo. Seguono Emilia-Romagna e Veneto, dove piatti tradizionali come la “pastissada de caval” continuano a rappresentare un riferimento identitario. La proposta di divieto interviene dunque su pratiche alimentari radicate, non solo su un segmento produttivo.

Il nodo politico ed economico

Il tema è diventato uno dei fronti simbolici della tutela animale in Parlamento. Michela Vittoria Brambilla ha dichiarato: “Oggi gli equidi sono ancora sfruttati in ogni modo e spesso l’ultima meta delle loro corse è il macello. Questa proposta è una straordinaria occasione per realizzare un cambiamento culturale che è già nel cuore della maggioranza degli italiani”.

In un’altra dichiarazione diffusa all’avvio dell’iter parlamentare, la deputata ha affermato: “Siamo nel XXI secolo eppure gli equidi continuano ad essere sfruttati nei modi più diversi. In particolare il cavallo: sotto i tendoni dei circhi, negli ippodromi ufficiali, nelle corse clandestine, sui sampietrini dei centri urbani a trascinare carrozzelle sotto la pioggia o con il caldo torrido, o, ancora, lanciato a folle velocità sui tracciati medievali dei palii. E nella maggior parte dei casi, grazie a triangolazioni o certificazioni compiacenti, l’ultima stazione è il macello, spesso dopo avere affrontato lunghissimi viaggi in condizioni inenarrabili. Mentre nel mondo anglosassone mangiare il cavallo è quasi inconcepibile, da noi la specie è letteralmente utilizzata fino all’osso: nonostante il declino – aggiunge Brambilla – l’Italia è uno dei maggiori consumatori di carne equina tra i grandi paesi europei. Ma gli amici non si mangiano. E se la mia proposta riuscirà a diventare legge, l’ultima corsa non sarà più quella verso le lame del macello”.

Dall’altra parte, gli operatori della filiera chiedono di valutare con precisione gli effetti economici di un divieto totale, in un contesto in cui allevamenti, macelli e distribuzione si sono già ridimensionati. Sullo sfondo restano le compatibilità con il quadro normativo europeo sulla libera circolazione delle merci e sulla sicurezza alimentare.

Il confronto parlamentare si annuncia tecnico oltre che politico. La ridefinizione dello status degli equidi comporta un intervento diretto su una filiera esistente, su tradizioni locali ancora vive e su un equilibrio normativo che, finora, ha consentito la coesistenza tra tutela animale e produzione alimentare.

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