Il pelo del gatto racconta una storia che non coincide con la sua ciotola. Un’analisi chimica può collocarlo sorprendentemente vicino a chi segue una dieta vegana, nonostante il felino sia un carnivoro obbligato: è l’effetto di come il metabolismo del gatto registra ciò che mangia.
Lo spunto arriva da uno studio pubblicato su “Frontiers in Ecology and Evolution”, che ha attirato l’attenzione della comunità scientifica non tanto per la stranezza del dato, quanto per le implicazioni metodologiche che porta con sé.
L’analisi degli isotopi stabili dell’azoto è da anni uno strumento centrale per ricostruire le diete e i livelli trofici di animali e uomini. Il principio è semplice: man mano che si sale nella catena alimentare, aumenta la concentrazione dell’isotopo più pesante dell’azoto (^15N) nei tessuti. I carnivori, quindi, dovrebbero mostrare valori più alti rispetto a onnivori ed erbivori. Nel caso dei gatti domestici, però, il meccanismo sembra incepparsi.
Quando il pelo racconta una storia diversa dalla dieta
I ricercatori hanno analizzato peli e baffi di gatti domestici nutriti esclusivamente con cibo commerciale, confrontandoli con campioni di capelli umani provenienti da persone con diete diverse: onnivora, vegetariana e vegana. Il risultato chiave è che il rapporto isotopico dell’azoto nei peli dei gatti non si colloca dove ci si aspetterebbe per un carnivoro obbligato. Al contrario, i valori risultano vicini a quelli dei vegani umani e nettamente inferiori a quelli degli onnivori.
Non è un dettaglio marginale. In termini puramente numerici, il pelo del gatto mostra una “firma” isotopica più bassa di quella di chi mangia regolarmente carne. Se si guardasse solo a quel dato, si potrebbe concludere -in modo errato- che il gatto occupa un livello basso della catena alimentare. Da qui l’effetto paradossale: un predatore che, nei grafici, sembra nutrirsi come un erbivoro.
Il primo sospetto ha riguardato il cibo industriale per animali: forse contiene ingredienti con valori di azoto più bassi rispetto agli alimenti umani. Ma le analisi hanno smentito questa ipotesi. Le firme isotopiche dei mangimi per gatti non risultano inferiori a quelle di una dieta umana mista. Il problema, quindi, non è cosa entra nel gatto, ma cosa accade dopo.
Il metabolismo felino e il “falso segnale” vegano
La spiegazione più convincente riguarda il modo in cui il gatto utilizza le proteine. I felini sono estremamente efficienti nel trasformare la carne che mangiano in tessuti corporei. La composizione degli amminoacidi della loro dieta è molto simile a quella delle loro stesse proteine. Questo riduce al minimo i passaggi metabolici intermedi e, di conseguenza, il frazionamento isotopico dell’azoto.
In termini pratici, l’azoto ingerito viene incorporato quasi direttamente nella cheratina del pelo, senza il consueto “arricchimento” dell’isotopo ^15N che si osserva in molte altre specie, compresi gli esseri umani. È questo che abbassa il cosiddetto fattore di discriminazione trofica: la distanza chimica tra ciò che si mangia e ciò che finisce nei tessuti. Nei gatti questa distanza è sorprendentemente ridotta.
Il confronto tra pelo e baffi rafforza l’interpretazione. I baffi crescono in modo continuo, mentre il mantello viene rinnovato stagionalmente. Se il fenomeno fosse legato a carenze temporanee di proteine, ci si aspetterebbero differenze tra i due tipi di tessuto. Invece non emergono scarti significativi. Segno che il segnale non dipende da una restrizione alimentare, ma da una caratteristica stabile della fisiologia felina.
Perché questo risultato conta più di quanto sembri
Al di là dell’aneddoto sul “gatto vegano”, lo studio solleva una questione più ampia. L’analisi isotopica del pelo è utilizzata per studiare reti alimentari, impatti dei predatori sugli ecosistemi, persino per ricostruire le abitudini alimentari di popolazioni passate. Se un carnivoro può apparire chimicamente simile a un erbivoro a causa del suo metabolismo, allora i dati vanno interpretati con maggiore cautela.
Il messaggio non è che la tecnica sia sbagliata, ma che non esiste una regola valida per tutte le specie. Senza conoscere come un animale processa le proteine, il rischio è di attribuire alla dieta ciò che invece dipende dalla biochimica. Nel caso dei gatti, la “dieta vegana” raccontata dal pelo non è una provocazione scientifica, ma un promemoria: anche gli strumenti più consolidati possono ingannare, se letti fuori contesto.