Spesso, come denunciato da varie Ong, il fast fashion è insostenibile non solo sotto il profilo ambientale, ma anche sotto il profilo sociale e di governance. L’ultimo esempio arriva da Prato, già balzata agli “onori” delle cronache per lo sfruttamento dei dipendenti in ambito tessile. Qui i lavoratori cinesi confezionavano abiti per Piazza Italia in turni da 12 ore, sette giorni su sette, per 35 euro al giorno.
Dopo aver verificato i fatti, il tribunale di prevenzione di Firenze ha disposto l’amministrazione giudiziaria per un anno dell’azienda campana. È la prima volta in Toscana che un’azienda committente (cioè chi commissiona la produzione a terzi, non chi fabbrica direttamente) del fast fashion viene sottoposta ad amministrazione giudiziaria per responsabilità nella filiera. La procura di Prato, infatti, non contesta un reato penale diretto ai vertici societari ma una “colposa agevolazione” da parte dell’azienda campana.
Il sistema delle esternalizzazioni a Prato
Dal 2022 Piazza Italia ha affidato una parte significativa della produzione a due imprese cinesi succedutesi nello stesso stabilimento pratese, Infinity Design di Tang Xiyan e Chic Girl. Piazza Italia non ha stipulato contratti specifici per le commesse, né ha verificato la capacità imprenditoriale o le condizioni di lavoro imposte dai terzisti: si limitava a controllare la qualità dei capi finiti.
L’inchiesta è partita il 19 giugno 2023 a seguito di una ispezione ordinaria condotta dall’ispettorato del lavoro di Treviso-Belluno nello stabilimento pratese.
Gli imprenditori cinesi sono ora indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Molti operai risultavano infatti irregolari o clandestini, con paghe fisse giornaliere anziché contratti nazionali, nessuna malattia retribuita, alloggi degradati e gravi problemi di sicurezza sul lavoro. Il sistema puntava alla “massimizzazione del profitto”, come riportano le testimonianze dei lavoratori e i margini stimati dal tribunale che superano il 300% dei costi di produzione.
Le posizioni di azienda e procura
Piazza Italia, con sede a Nola (provincia di Napoli) e oltre 240 negozi in Italia e all’estero, ha risposto con un comunicato il 2 febbraio 2026: “Impegno nel contrasto a qualsiasi forma di sfruttamento del lavoro, incompatibile con i valori aziendali. Massima collaborazione con le autorità, proseguiamo con gli organi sociali rafforzando i controlli filiera”. Il procuratore Luca Tescaroli sottolinea un “Sistema produttivo orientato al profitto” nonché la “responsabilità colposa del committente”.
Cosa significa amministrazione giudiziaria
L’amministrazione giudiziaria è una misura preventiva del Codice antimafia che sottrae temporaneamente la gestione dell’impresa ai vertici per “sanarla” da infiltrazioni o condotte illecite, garantendo però la continuità produttiva. Non è quindi una condanna penale: serve piuttosto a riportare l’azienda alla legalità depurandola dagli elementi illeciti, per poi restituirla al mercato. Può durare fino a tre anni senza proroghe.
Nel caso di Piazza Italia la durata fissata è un anno, con l’avvocato Marcella Vulcano come amministratore giudiziario e Alessio Innocenti giudice delegato.
Il distretto di Prato e il fast fashion
A Prato si trova il più grande distretto tessile d’Europa per produzione Made in Italy, da anni teatro di sfruttamento sistematico. Qui, su 4.252 aziende di confezione il 78% è cinese, con guerre interne per il controllo del mercato del pronto moda da 100 milioni l’anno.
Più volte i fatti di cronaca hanno acceso i riflettori su quanto accade nella zona.
Qui, la notte del 1° dicembre 2013 sette lavoratori cinesi persero la vita, alcuni ustionati e altri intossicati dal rogo divampato nel capannone-dormitorio dove vivevano e lavoravano. La causa dell’incendio fu il malfunzionamento dell’impianto elettrico. Altri due lavoratori rimasero gravemente feriti.
Nell’ottobre 2024 è partito uno sciopero a oltranza in cinque aziende del distretto: i lavoratori pakistani denunciavano turni da 12 ore per sette giorni, spesso con contratti part-time non rispettati. Il 12 ottobre 2024, dopo un assalto notturno con spranghe di ferro ai picchetti, oltre mille persone hanno manifestato a Seano contro “mafie e sfruttamento”. Il 16 settembre 2025 un presidio davanti all’azienda “L’Alba” è degenerato in violenza, con due ricoveri. A novembre 2025 altri cittadini cinesi hanno aggredito operai in sciopero al centro Euroningro, ferendo anche due agenti. Intanto scioperi e manifestazioni organizzate dal sindacato Sudd Cobas denunciano condizioni pesantissime per operai pakistani e nordafricani nelle ditte di proprietà orientale. La Cgil Filctem chiede che Prato diventi “laboratorio antimafia” per la filiera tessile.
La responsabilità solidale del committente
La responsabilità del committente trovava spazio nel referendum dell’8 e 9 giugno 2025, bocciato per insufficiente affluenza alle urne. Il quesito numero 4 proponeva infatti di estendere la responsabilità solidale del committente a tutti i danni non indennizzati dall’Inail, inclusi quelli propri dell’appaltatore. Il mancato raggiungimento del quorum costitutivo ha lasciato invariate le norme, in particolare l’art. 26, comma 4, del D.Lgs. 81/2008 dove si prevede l’esclusione di responsabilità del committente per i “rischi specifici” dell’appaltatore.
Nel caso di Piazza Italia si è arrivati comunque a una condanna perché il referendum del giugno 2025 riguardava i danni da infortunio, non lo sfruttamento lavorativo. La norma attuale esclude la responsabilità solidale del committente solo per danni legati a “rischi specifici” dell’appaltatore, cioè quelli propri della sua attività tecnica (es. macchinari pericolosi, lavorazioni specializzate). Il committente risponde sempre, invece, per i “rischi interferenziali”, quelli che nascono dalla compresenza di più imprese nello stesso luogo.