L’Italia che lavora sta invecchiando rapidamente, trasformando le officine e gli uffici in uno specchio di un Paese che fatica a rigenerarsi. Nel 2024, l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato ha sfiorato la soglia dei 42 anni, segnando un aumento di ben quattro anni rispetto al 2008, quando il dato si fermava a poco meno di 38. A rilevarlo sono i dati diffusi dall’Ufficio studi Cgia di Mestre, secondo i quali, questo innalzamento costante, stabilizzatosi solo leggermente a partire dal 2020, rivela una tendenza di fondo che non accenna a invertirsi e che vede oggi un dipendente su tre aver già superato i cinquant’anni.
La crisi del ricambio e il rischio operativo
Il problema non è puramente statistico, ma rappresenta una vera e propria trappola demografica che colpisce al cuore il sistema economico, in particolare le piccole e microimprese. Il meccanismo del ricambio generazionale appare quasi del tutto stagnante: chi va in pensione non viene sostituito da un numero sufficiente di giovani, creando uno squilibrio che agisce come un vincolo strutturale alla crescita. Per le realtà più piccole, il pericolo è innanzitutto operativo, poiché la carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende arduo coprire ruoli tecnici e manifatturieri essenziali. Non si tratta solo di una difficoltà nel reclutamento, ma di una fragilità organizzativa che impedisce di trovare le competenze necessarie nei tempi richiesti dal mercato.
La dispersione del capitale umano “invisibile”
Oltre alla produzione, l’invecchiamento mette a rischio quello che la Cgia definisce capitale umano invisibile. Con il pensionamento dei lavoratori più anziani, svaniscono conoscenze tacite, segreti di processo e reti di relazioni con fornitori e clienti costruite in decenni di attività. Senza un passaggio di consegne strutturato, molte piccole imprese rischiano di veder svanire in poco tempo traguardi raggiunti in anni di fatiche. Questo fenomeno rallenta anche l’innovazione: le aziende con maestranze più anziane tendono ad adottare le nuove tecnologie con maggiore lentezza, perdendo competitività nelle filiere globali più avanzate.
I settori più colpiti e la fuga dei giovani
I comparti ad alta intensità di lavoro manuale, come l’edilizia, l’autotrasporto e il facchinaggio, osservano con massima preoccupazione l’età dei propri addetti. In questi settori, l’invecchiamento non è più una tendenza ma una realtà strutturale, aggravata dal fatto che le nuove generazioni spesso rifiutano questi mestieri. Una forza lavoro più anziana comporta inoltre costi indiretti maggiori, legati a una superiore esposizione a infortuni e problemi di salute.
Se le piccole imprese faticano, è anche perché i giovani preferiscono quasi sistematicamente le grandi aziende, attratti da percorsi di carriera definiti, maggiore stabilità percepita, sistemi di welfare aziendale e flessibilità come lo smart working.
I numeri del boom “over 50” e la geografia del fenomeno
L’analisi delle classi di età della Cgia mostra un quadro inequivocabile: mentre la fascia tra i 25 e i 44 anni ha subito una contrazione marcata negli ultimi sedici anni, le coorti più anziane sono esplose. Gli occupati tra i 55 e i 59 anni sono aumentati del 154,5%, mentre la fascia 60-64 anni è letteralmente decollata con un +372% dal 2008. Questo scenario è frutto della demografia, ma anche delle riforme previdenziali che hanno allungato la vita lavorativa.
A livello territoriale, la Basilicata è la regione con l’età media più alta (42,93 anni), seguita da Molise e Umbria, mentre la Valle d’Aosta risulta la più giovane (40,07 anni). Scendendo nel dettaglio provinciale, la maglia nera dell’invecchiamento spetta a Potenza con una media di 43,63 anni, seguita da Terni (43,61) e Biella (43,53). Biella detiene inoltre il primato nazionale per la quota più alta di ultracinquantenni sul totale degli occupati, pari al 38,9%. All’opposto della classifica, le province con i lavoratori più giovani sono Vibo Valentia, Aosta e, infine, Bolzano, che con i suoi 39,95 anni è l’unica a restare sotto la soglia dei quarant’anni.