Addio alle vongole? La crisi dell’Alto Adriatico

Specie aliene, ciclo riproduttivo interrotto e fondali impoveriti: perché la venericoltura non riesce più a rigenerarsi
15 Gennaio 2026
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Vongole canva

Le vongole stanno via via scomparendo: prima diminuiscono le taglie, poi saltano le classi annuali, infine i fondali restano vuoti. È quello che sta accadendo nell’Alto Adriatico, dove la crisi della venericoltura non nasce da una cattiva stagione ma da un cambiamento profondo del funzionamento biologico del mare. Il segnale più evidente non è il calo del pescato, ma l’interruzione del ciclo riproduttivo: le vongole non riescono più a completare le fasi che portano dalla larva al mollusco adulto.

Al centro di questo processo ci sono due specie aliene che agiscono in modo diverso ma convergente: il granchio blu e la noce di mare. Il primo consuma ciò che resta, il secondo agisce prima ancora che il prodotto esista. Le cooperative di pesca descrivono un effetto combinato: predazione diretta sugli adulti, competizione sulle fasi larvali, sottrazione della base alimentare. Un insieme di pressioni che interrompe il ciclo biologico prima che il prodotto arrivi a dimensione commerciale.

La crisi produttiva dell’Alto Adriatico

I numeri economici certificano una crisi già avvenuta: circa 700 partite Iva cessate, un fatturato passato da 120 milioni di euro a poco più di 13, oltre 500 famiglie rimaste senza reddito. Le imprese della venericoltura dell’Alto Adriatico risultano inattive da oltre quindici mesi: le draghe non escono perché non c’è prodotto, le semine non danno risposte e i campionamenti restituiscono fondali biologicamente impoveriti. L’Alto Adriatico garantiva oltre il 30% della produzione nazionale di vongole. La sua paralisi ha effetti a catena sull’intero settore. Le licenze legate alle draghe idrauliche impediscono riconversioni rapide, rendendo strutturale l’inattività.

Il quadro è stato ricostruito anche in un’analisi del Sole 24 Ore che ha raccolto le valutazioni delle cooperative aderenti all’Associazione Generale Cooperative Italiane del Veneto. L’elemento ricorrente non è la difficoltà di collocare il prodotto, ma la sua indisponibilità all’origine. Le chiusure non vengono compensate da nuovi ingressi perché l’ambiente non offre più condizioni minime di affidabilità produttiva.

Il granchio blu come predatore strutturale

Il granchio blu interviene quando il sistema è già fragile, ma lo fa con un’efficacia che accelera ogni processo di impoverimento. È un predatore opportunista, dotato di grande adattabilità, capace di sfruttare fondali bassi e ambienti lagunari dove la venericoltura si è storicamente sviluppata. La sua azione è diretta: si nutre di vongole adulte, rompe i gusci, devasta le aree di semina e riduce in tempi rapidi la biomassa disponibile. A differenza di altri fattori di stress, il suo impatto è immediatamente misurabile sul prodotto.

Nell’Alto Adriatico il granchio blu ha trovato condizioni favorevoli alla stabilizzazione: temperature elevate, assenza di predatori naturali efficaci, disponibilità di prede. Non è più una presenza episodica né confinata a singole stagioni. Mantiene densità elevate e costanti, esercitando una pressione continua sugli stock residui. In un contesto in cui la capacità di rigenerazione è già compromessa, questa predazione impedisce qualsiasi accumulo di biomassa utile alla ripresa. Anche laddove sopravvivono nuclei di vongole adulte, il tempo biologico necessario per ricostituire la risorsa viene sistematicamente eroso.

Il granchio blu, però, non agisce sul meccanismo di fondo che genera la risorsa. Consuma ciò che è disponibile, ma non spiega da solo perché il sistema non riesca più a produrre nuove vongole. La sua presenza trasforma una crisi biologica in un collasso operativo: riduce il poco che resta e rende antieconomica ogni attività di pesca, ma il punto di rottura è già avvenuto prima.

La noce di mare e la sottrazione del plancton

La noce di mare opera a monte, in una fase invisibile ma decisiva. Non colpisce il prodotto adulto, non lascia segni evidenti sui fondali, non compare nelle statistiche di sbarco. Agisce sulla struttura primaria dell’ecosistema, sottraendo le risorse che rendono possibile la riproduzione. Si nutre di plancton e di larve di pesci e molluschi, interferendo direttamente con le prime fasi del ciclo vitale delle vongole.

Dal punto di vista biologico è una specie altamente competitiva. È ermafrodita, in grado di riprodursi autonomamente, con tassi di crescita rapidi e consumi elevati rispetto alla propria massa. In condizioni favorevoli forma aggregazioni estese che intercettano gran parte del plancton disponibile. In un bacino chiuso e poco profondo come l’Alto Adriatico, questo significa ridurre drasticamente la quantità di alimento accessibile alle larve di bivalvi nelle settimane cruciali per la loro sopravvivenza.

L’effetto non è immediato e proprio per questo è più insidioso. Le vongole non scompaiono all’improvviso: smettono di formarsi nuove classi. Le semine artificiali falliscono perché l’ambiente non sostiene lo sviluppo larvale. Anno dopo anno si accumula un vuoto generazionale che diventa evidente solo quando il prodotto adulto viene meno. A quel punto il sistema non ha riserve biologiche su cui fare affidamento.

Oltre all’impatto ecologico, la noce di mare introduce un elemento di instabilità operativa. Le masse gelatinose si accumulano nelle reti, le appesantiscono, rendono difficoltosa la pesca anche di altre specie. Ma il danno principale resta invisibile: la progressiva erosione della base alimentare e riproduttiva del mare. È qui che si interrompe il futuro della venericoltura, molto prima che il mercato registri l’assenza di vongole.

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